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Auto e materie prime affossano le Borse

I mercati azionari europei si dimenticano del «rimbalzino» di lunedì e tornano in pesante calo nella seconda seduta della settimana. Il saldo finale di giornata ieri è stato pesantissimo con Milano in calo del 3,33 %, Parigi del 3,42%, Francoforte del 3,82% e Londra del 2,83 per cento. La performance media dei listini continentali fotografata dal paniere Stoxx 600, indica un calo del 3,12 per cento.
A tenere banco è stato ancora una volta il settore auto, ieri bersagliato dalle vendite in scia ai nuovi sviluppi dello scandalo sui test delle emissioni truccati da Volkswagen. Gli investitori iniziano a scontare il fatto che l’inchiesta non resterà confinata agli Stati Uniti ma che anche nel resto del mondo ci sarannno inchieste dall’impatto ancora difficilmente valutabile. Ad aggiungere sale sulla ferita poi ci hanno pensato le ammissioni della casa tedesca sui numeri dei veicoli coinvolti (11 milioni) e sugli accantonamenti fatti per fronteggiare le spese dello scandalo: 6,5 miliardi di euro
La tempesta che si è abbattuta su Volkswagen (che ieri ha registrato un nuovo pesante tonfo del 19,8%) ha penalizzato tutto il comparto dell’automotive con l’indice Stoxx 600 settoriale che ha perso il 7,57 per cento.
Lo scandalo che ha travolto Volkswagen e tutto il comparto auto europeo arriva in un momento particolarmente critico per i mercati che fanno i conti con la decisione della Federal Reserve di rinviare il rialzo dei tassi di interesse. Una scelta che ha lasciato disorientati gli investitori incapaci di farsi un’idea chiara sui tempi e sui modi in cui la Fed agirà sui tassi affidandoli alle dichiarazioni del banchiere centrale di turno per orientare le proprie decisioni. L’ultimo in ordine di tempo a parlare è stato il presidente della Fed di Atlanta Dennis Lockhart che ha ribadito propria fiducia nel fatto che i tassi negli Usa saranno rialzati entro la fine dell’anno. Prima di lui anche i presidenti delle sedi di San Francisco, St Louis e Richmond avevano espresso la stessa opinione.
Il cambio euro-dollaro, balzato settimana scorsa oltre quota 1,14, è sceso ieri sotto 1,12 con fluttuazioni decisamente anomale. Il movimento è stato determinato soprattutto dal rafforzamento del dollaro, ai massimi da due settimane, che si è accompagnato alla rinnovata debolezza di classi di investimento ad esso più correlate come le valute emergenti e le materie prime. L’ondata di vendite che ha depresso in particolare i prezzi delle materie prime ha avuto ripercussioni pesanti sui corsi azionari delle società minerarie e petrolifere ieri bersagliate dalle vendite. L’indice Stoxx 600 Basic Resources ha perso il 5,24% con la seconda peggior performance tra i settoriali dietro l’auto. Male è andata anche al comparto Oil&Gas che ha perso il 3,15 per cento. A Piazza Affari, in una giornata che ha visto i titolo Fca e della controllante Exor perdere rispettivamente il 6,35 e il 6,21%, le azioni dell’Eni hanno perso il 3,89 per cento. Hanno sofferto inoltre le azioni delle utilities (-3,45% il Ftse Italia Utilities) sulle indiscrezioni, diffuse dal Sole 24 Ore, di una nuova Robin Hood Tax (si veda Il Sole 24 Ore del 22 settembre).
Come succede da diverse settimane a questa parte anche ieri azioni e obbligazioni hanno preso binari diversi e la debolezza dell’equity è stata controbilanciata da una buona performance dei bond. La leggera risalita del differenziale di rendimento tra Italia e Germania a quota 114 punti è imputabile non tanto a una debolezza dei BTp quanto a una miglior performance degli omologhi tedeschi Bund che ieri hanno riscoperto il loro ruolo di bene rifugio. Il rendimento del decennale tedesco è sceso sotto la soglia dello 0,6 per cento, sui minimi da fine agosto.

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