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Authority, investitori e istituzioni: in Italia cresce l’appetito per il fintech

Il 2018 è stato un nuovo anno record per il fintech nel mondo. Gli investimenti hanno sfiorato i 40 miliardi di dollari in crescita del 120% rispetto all’anno precedente, secondo i dati di CB Insights. La non notizia è che l’Italia è in ritardo rispetto al resto d’Europa. La notizia, invece, è che l’intero ecosistema del fintech italiano sta maturando velocemente dalle istituzioni (Banca d’Italia, Consob), agli investitori alle banche e assicurazioni. E i numeri lo dimostrano. La seconda edizione del rapporto sul settore, pubblicata da Pwc e da NetConsulting, ha preso in esame un panel di 299 società (+27% sul 2017), di cui 180 sono nelle aree del “pure financial” (pagamenti, capital market & trading, wealth & asset management, money management, lending, crowdfunding) e 119 di altri comparti affini (insurtech, regtech, cybersecurity e tech enabler). Un insieme che può contare, nel 2017, un fatturato complessivo di 265,6 milioni di euro (75% del panel) in crescita del 30% rispetto all’anno precedente. Dato che ha visto un’ulteriore crescita nel 2018 considerati i risultati e l’espansione di alcune startup dal cuore italiano e dalla crescita europea.
Il contesto globale
Archiviato lo scorso anno con 39,57 miliardi di dollari (+120% sull’anno precedente) investiti su 1.707 deal (+15%) e 1.463 startup a livello globale, il fintech si avvia a vivere un anno di espansione ben al di fuori dei confini di sviluppo che ha visto negli ultimi anni. E un segnale chiaro è già arrivato nel 2018: più di un investimento su tre (39%) è avvenuto al di fuori di Stati Uniti, Cina e Regno Unito. Vale a dire in Paesi finora considerati marginali nel processo di innovazione tecnologica in ambito finanziario.
L’evoluzione in Italia
Il confronto fra il mercato italiano e quello degli altri Paesi europei è impietoso: nel nostro Paese le transazioni fintech sono in valore assoluto pari a 36 miliardi di dollari contro i 216 miliardi della Gran Bretagna, i 131 miliardi della Germania e i 91 miliardi della Francia. Non è un caso, infatti, che in Italia il numero di startup innovative che offrono prodotti e servizi per il mondo finanziario resta solo il 3% delle quasi 10mila società censite in Italia dal registro delle imprese.
Ma il report di Pwc e NetConsulting evidenzia come nell’ultimo biennio il comparto abbia visto una sostanziale maturazione: ne è un segnale un mercato sempre più articolato e strutturato, in cui, secondo Pwc, è possibile identificare 60 diversi segmenti di specializzazione che vanno dai pagamenti (36 aziende) al lending (28), dal wealth e asset management (35) al capital market e trading (23), dall’insurtech (34) al regtech (15). Un’articolazione che risponde all’esigenze del mercato, che andranno ad aumentare considerato l’interesse crescente delle istituzioni finanziarie “tradizionali”, che nell’84% dei casi hanno dichiarato di voler intensificare le relazioni con il mondo del fintech. «Osserviamo un certo interesse delle banche e assicurazioni ad aprirsi al mondo del fintech. In questa stessa direzione dovranno muoversi anche gli istituti di credito di medie dimensioni» spiega Roberto Lorini, fintech leader di PwC Italia, aggiungendo: «Le modalità di collaborazione fra istituzioni finanziarie tradizionali e società innovative sono diversificate: si può andare dalle partnership alle partecipazioni azionarie, dallo sviluppo congiunto di una soluzione alla sourcing di un singolo prodotto».
In realtà se si confronta il dato della “natalità” con quello della “mortalità” delle startup italiane del settore non si ha un quadro confortante. Se è pur vero, infatti, che il saldo resta positivo (40 nate contro 31 exit), i numeri rimangono ridotti per un arco temporale di 2 anni (2017-2018). Inoltre fra le exit, solo il 13% è frutto di acquisizioni, mentre il restante 87% è composto da cessata attività o inattività. E le acquisizioni sono rappresentate da Equinvest rilevata da Backtowork24 e Ernest rilevata da Moneyfarm. Poca cosa, quindi. Eppure il prossimo futuro dovrebbe far presagire una nuova vitalità: «In Italia c’è un’attività notevole delle fintech e delle startup tecnologiche. Con l’effetto Brexit, potremmo assistere anche ad un effetto di parziale ritorno di quante avevano scelto Londra come sede» osserva Lorini, proseguendo: «Stiamo inoltre incontrando diversi investitori esteri interessati al comparto fintech italiano. L’insieme di tutti questi fattori fa ipotizzare un’evoluzione positiva del settore».
Resta, infine, il fatto che il settore continui ad essere particolarmente parcellizzato: al 2017 la popolazione FinTech conta 40 scaleup (ovvero aziende con un fatturato superiore a un milione di euro),le quali con un fatturato di 232 milioni di euro hanno generato oltre l’87% del fatturato complessivo del settore. La maggior parte della popolazione, quindi, si distribuisce nelle classi di fatturato inferiore: l’80% del campione ha realizzato, quindi, in totale un fatturato complessivo di 35 milioni. Non solo: a livello geografico è evidente che la parte da leone la sta facendo la Lombardia, con Milano a guidare le danze.

Monica D’Ascenzo

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