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Aumento Rcs, diritti in caduta

Partenza in frenata a Piazza Affari per l’aumento di capitale Rcs. Titoli e diritti sono rimasti sospesi per una parte della seduta per l’impossibilità di fare prezzo che non superasse i limiti al rialzo per le azioni, e non superasse i limiti al ribasso per i diritti d’opzione. Alla fine la seduta si è risolta con l’asta di chiusura e pochissimi pezzi scambiati. Le azioni ordinarie hanno così concluso la prima giornata di Borsa dopo lo stacco dei diritti a 2,388 euro, in rialzo del 31,48% dai valori di venerdì scorso, con appena 136.901 pezzi passati di mano. I relativi diritti, validi per sottoscrivere tre nuove azioni a 1,235 euro, si sono attestati a 1,12 euro, il 27% in meno rispetto al valore teorico iniziale di 1,55 euro, con solo 94mila pezzi scambiati.
La Consob, come di prassi in queste occasioni e tanto più nel caso specifico visto che Rcs è nella lista grigia degli “osservati speciali”, sta monitorando attentamente l’operatività. Ma l’andamento della prima seduta sotto aumento di capitale è coerente con lo schema tipico delle operazioni diluitive, per intendersi quello inaugurato dall’aumento Seat di qualche anno fa. Nel caso di Rcs, in realtà, l’operazione non è così esageratamente diluitiva perchè in offerta ci sono “solo” tre azioni nuove – a un prezzo scontato del 30% sul Terp (il prezzo teorico post-stacco dei diritti) – per ogni vecchia posseduta. Il problema però è il flottante: le azioni effettivamente in circolazione non sono più del 5% del vecchio capitale. Se non ci fossero i vincoli oggettivi della scarsità di materiale, la ratio vorrebbe che si vendessero le azioni per comprarsi i diritti che consentono di entrare in possesso dei titoli a costo inferiore. Ma così non è andata, perché, a dispetto di ogni logica, pare ci fosse dello scoperto sul titolo. Se chi ha prestato le azioni le chiede indietro, chi le ha avute in prestito per giocare allo scoperto è costretto a correre a ricoprirsi strappandosi di mano le poche azioni disponibili, che sono poi quelle vecchie non essendo le nuove ancora emesse. Così le azioni ordinarie sono schizzate verso l’alto contro ogni legge di gravità, ma il copione è già scritto. Come successo in altre operazioni analoghe, infatti, le quotazioni – che resteranno sulle montagne russe per un po’ – sono comunque destinate a crollare all’avvicinarsi del termine dell’aumento o comunque quando sul mercato arriveranno le azioni di nuova emissione. Un riferimento (che, alla lunga, potrebbe anche non tenere) è l’iniziale prezzo teorico dopo lo stacco del diritto, pari a 1,75 euro sulla scorta della media delle quotazioni dell’11, 12 e 13 giugno che sono state utilizzate come base per il calcolo.
Sui diritti – il cui valore teorico iniziale era di 1,548 euro – grava invece la volontà di vendere, ai prezzi migliori generalmente spuntabili nelle prime sedute, di chi ha deciso di non sottoscrivere l’aumento di capitale. Se i diritti di Generali (3,957% la partecipazione al vecchio capitale) e di Merloni (2,09%) che non sottoscriveranno, e quelli di Italmobiliare (7,42%), Sinpar-Lucchini (2,06%), Eridano-Bertazzoni (1,228%) che aderiranno a metà, saranno parzialmente assorbiti da altri soci del patto (Fiat e Intesa-SanPaolo), quelli di Edizione-Benetton (4,8%) pioveranno per intero sul mercato. La caduta del prezzo dei diritti ieri è stata frenata dall’ingolfamento degli ordini in vendita che ha impedito gli scambi per buona parte della seduta. Prima della chiusura, che ha fissato il valore a 1,12 euro, si era registrato infatti un ultimo prezzo di 1,396 euro alle 9.53. Poi più nulla fino al termine, proprio per la pressione delle vendite che faceva scattare l’eccesso di ribasso.
Il risultato della prima seduta, come volevasi dimostrare, è del tutto erratico. Le azioni ordinarie sono andate sopra il prezzo teorico iniziale e non c’è corrispondenza tra valore delle azioni e valore dei diritti, dato che al prezzo di chiusura dei diritti di 1,12 euro dovrebbe corrispondere un valore delle azioni di circa 1,6 euro.
Più anomalo ancora l’andamento delle azioni di risparmio – l’aumento da 421 milioni complessivi riguarda questa categoria solo per 21 milioni – con i titoli che hanno chiuso in rialzo del 69,33% a 0,6995 euro e i diritti che si sono attestati a 0,1269 euro, un livello al quale dovrebbe corrispondere un prezzo delle azioni di risparmio di 0,3 euro, meno della metà di quello che è stato registrato ieri in Borsa.

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