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Aumento Mps, resta lo scontro sui tempi

Non cambia l’orientamento di Banca Mps sull’urgenza della ricapitalizzazione. Il consiglio d’amministrazione di Rocca Salimbeni, presieduto da Alessandro Profumo, nella riunione di ieri ha recepito la richiesta della Fondazione Mps, principale azionista con il 33,5%, che vuole prevedere la manovra a giugno 2014, ma ha ribadito l’intenzione di sfruttare la prima finestra utile, cioè quella di gennaio prossimo.
A questo punto, come anticipato dal Sole 24 Ore nei giorni scorsi, l’assemblea straordinaria in calendario il 27 dicembre dovrà votare sia l’aumento di capitale per un importo di 3 miliardi (che sostituisce quello da un miliardo già approvato un anno fa e mai realizzato), sia le due tempistiche alternative. Neppure il tempo di smaltire il pranzo di Natale, insomma, e la banca più antica del mondo dovrà affrontare l’ennesimo passaggio cruciale per il proprio futuro e, in questo caso, anche per il futuro della Fondazione.
La questione ruota intorno alla prospettiva di una soluzione per i differenti problemi dei due soggetti che finora avevano sempre camminato affiancati, nella buona come nella cattiva sorte (soprattutto cattiva negli ultimi anni). L’Ente sulla cui poltrona di presidente è arrivata tre mesi fa Antonella Mansi deve rimborsare un debito di 339 milioni, garantito dai titoli Mps (l’intero pacchetto del 33,5%) che le banche creditrici possono escutere nel caso il valore di Borsa scenda sotto quota 0,128 euro. La Fondazione ha detto di essere pronta a vendere l’intera partecipazione nel Monte per chiudere la partita e magari reinvestire una parte del ricavato.
L’accelerazione del board di Rocca Salimbeni sull’aumento di capitale, a giudizio della Fondazione, rischiava di mettere in ginocchio l’Ente presieduto dalla Mansi: sia perchè la prospettiva di un’operazione “a sconto” ridurrebbe drammaticamente il valore dei diritti, sia perchè lo stesso titolo era oggetto di vendite speculative allo scoperto e aveva perso il 25% in due settimane. In altre aprole, la Fondazione ha visto messa a repentaglio la propria sopravvivenza e ha chiesto qualche mese di tempo («ok all’aumento dopo il 12 maggio») per provare a «vendere in maniera graduale» la quota in Mps, operazione a cui sta lavorando con l’advisor Lazard.
Il ragionamento della Banca è diverso: l’aumento da 3 miliardi, imposto da Bruxelles entro il 2014 a fronte degli aiuti di Stato avuti da Siena (4 miliardi di Monti bond sottoscritti dal Tesoro), non è così facile da far digerire al mercato e il fatto di aver trovato un consorzio bancario, guidato da Ubs, che ne garantisce il successo nel primo trimestre dell’anno, rappresenta un’opportunità da non perdere. Anche perchè, restituendo 2,5 miliardi allo Stato, migliorerebbe il conto economico del Monte nel 2014 per il minor peso degli interessi e il miglioramento del merito di credito (un risparmio quantificato in 800 milioni), oltre a scongiurare il rischio della nazionalizzazione.
Uno slittamento sia pure di qualche mese, dice il cda di Mps, comporterebbe un «costo addizionale di almeno 120 milioni, che non sembra corretto allocare a tutti gli azionisti» e potrebbe compromettere l’operazione dal momento che il consorzio bancario di garanzia s’è impegnato fino a gennaio e nessuno è in grado di prevedere quale situazione politica e di mercato ci sarà a giugno. Sono queste le motivazioni che hanno spinto i due manager, e convinto la maggioranza del consiglio d’amministrazione, a consumare uno strappo così forte con l’azionista Fondazione. Talmente forte che a Siena c’è chi è arrivato a evocare il colpo di mano e la prospettiva di un azzeramento dell’Ente a vantaggio d’investitori e banche internazionali.
Le difficoltà finanziarie e patrimoniali della Fondazione «non sono il presupposto essenziale per effettuare l’aumento di capitale», scrive il cda di Rocca Salimbeni nelle considerazioni sulla tempistica, ribadendo l’importanza di chiudere l’operazione entro gennaio. La parola passa agli azionisti.

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