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Aumento Iva, tensione nel governo

La Banca centrale europea chiede all’Italia di rispettare la linea del rigore dentro la gabbia del 3% e il ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni garantisce che «quest’anno il target del deficit/Pil sarà al 2,9%». «Abbiamo già rassicurato la Bce, è un risultato possibile — ha aggiunto — se ognuno farà la propria parte». Di fronte a questo impegno, sullo sfondo delle scelte di politica economica, restano l’abolizione dell’Imu sulla prima casa e del rincaro di un punto dell’Iva. Due interventi che costano 8 miliardi e «che — ha ricordato il ministro rispondendo a un question time al Senato — fanno ipotizzare interventi compensativi di estrema gravità che al momento non sono rinvenibili». Se aggiungiamo la nuova secca dichiarazione del ministro dello Sviluppo Flavio Zanonato che a Porta a Porta ha confermato che «in questo momento soldi per evitare l’aumento dell’Iva non ce ne sono», lo scenario più credibile sarà quello di un rinvio a fine anno dell’aumento Iva e dell’abolizione dell’Imu sulla prima casa ma compensata da un riordino delle imposte sugli immobili. Tanto più che nuove critiche all’Imu sono arrivate ieri dalla Banca d’Italia che, in audizione al Senato, ha parlato di un prelievo opaco, iniquo, penalizzante per le imprese e che, a causa del catasto non aggiornato, ha favorito i ricchi.

Sull’Iva, invece, l’ipotesi del rinvio è stata prospettata dallo stesso Saccomanni rispondendo alle domande dei senatori, «in attesa di verificare le risorse a disposizione e l’evoluzione della congiuntura economica». La teoria del ministro del Tesoro è che l’imponente travaso di risorse finanziarie al mondo delle imprese dallo sblocco dei debiti da parte della pubblica amministrazione — valutabile in 20 miliardi di euro entro l’anno — funzioni da volano per l’economia e che quindi nel terzo trimestre scatti la ripresa «perché l’Italia ha il potenziale per invertire il ciclo economico». Saccomanni ha poi precisato che negli anni successivi ci saranno altri 20-30 miliardi di sblocco. La fibrillazione sulle scelte da compiere sta arrivando al massimo con il Pdl sceso sul piede di guerra contro le probabili mancate promesse del governo. L’ex ministro Renato Brunetta che per l’ennesima volta ha stigmatizzato l’uscita di Zanonato e «l’incertezza» di Palazzo Chigi. Mentre oggi si terrà a Roma l’atteso vertice sul lavoro con i ministri competenti di Italia, Francia, Spagna e Germania dal quale dovrebbe uscire una linea comune. Ieri il ministro del Lavoro Enrico Giovannini ha incontrato i leader di Cgil-Cisl-Uil ai quali ha garantito che nel decreto del fare, che verrà varato dal governo domani, non ci saranno i provvedimenti sull’occupazione che saranno presi solo dopo un ampio confronto con le parti sociali.

Giovannini ha annunciato l’intenzione del governo — facendo propria la proposta del presidente di Unioncamere Ferruccio Dardanello — di una struttura «che metta insieme senza burocrazia, tutti i soggetti che hanno informazioni sul mercato del lavoro per riuscire a facilitare la ricerca di occupazione». Tra i contributi emersi ieri segnaliamo quelli del nuovo presidente di Assonime (l’associazione delle società quotate) Maurizio Sella che ha affermato di preferire interventi sulla prima occupazione giovanile al taglio dell’Imu. «Una imposta — ha precisato — che in Italia vale appena l’1% del Pil, rispetto al 2% della Francia e al 3% della Gran Bretagna». Il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini ha chiesto al governo di «individuare le priorità di intervento e di concentrare le poche risorse a disposizione».

Tutta la manovra economica per rilanciare un Paese che sta declinando alla velocità doppia del resto d’Europa, si dovrà dunque svolgere sotto l’occhio vigile della Bce. Che ieri, nel suo bollettino mensile, ha sottolineato — pur riconoscendo all’Italia la virtuosità di stare entro il 3% insieme a soli altri 5 membri Ue — che il nostro percorso di risanamento «sarà più graduale del previsto e gli obiettivi di bilancio ridimensionati rispetto al 2012». E poi la cifra finale che suona come il vero cartellino giallo: «Nel 2013 il rapporto fra debito pubblico e Pil raggiungerà il picco storico del 130%».

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