30.11.2022

Aumenti di stipendio, le aziende alzano i budget per il 2023

  • Il Sole 24 Ore

Ai lavoratori del gruppo Intesa Sanpaolo in dicembre arriveranno 500 euro in fringe benefit, per un importo complessivo di 37 milioni di euro: dopo che la soglia di detassazione di questo strumento è stata temporaneamente elevata a 3mila euro, saranno netti e potranno essere usati anche per pagare le utenze. Vanno ad aggiungersi ad altri 500 euro in denaro corrisposti dalla banca in settembre, per un importo complessivo di 50 milioni di euro. Solo per quest’anno le due misure hanno portato a una revisione del budget per la salary review di almeno 87 milioni di euro, rispetto alla previsione iniziale. L’obiettivo è sostenere il potere di acquisto dei lavoratori, in questa fase che il consigliere delegato e ceo Carlo Messina definisce «complessa con i rialzi inflattivi che proseguono a intaccare la capacità di spesa». Per questo, la banca ha voluto rinnovare l’attenzione e la vicinanza alle proprie persone in modo concreto. Se l’esempio non rappresenta la media di quanto è accaduto e accadrà nel paese, va però detto che per l’anno prossimo il 54% delle imprese medio grandi ha rivisto al rialzo i budget per gli aumenti. Il 27% non ha deciso alcun cambiamento, mentre il 5% li ha rivisti al ribasso. Il 14% è invece ancora indecisa sul da farsi. WTW (Willis Tower Watson) ha acceso i riflettori su 640 società di diversi settori (chimica-farmaceutica, elettronica, assicurazioni, banche, tlc, solo per citarne alcuni) con 310mila osservazioni individuali che hanno riguardato impiegati e operai nel 67% dei casi, quadri nel 24% e dirigenti nel 9%. Vediamo cosa è emerso.

Il fisso cresce ma …

I dati dicono che nel 2022 le buste paga sono aumentate, per effetto della contrattazione di primo e secondo livello, dei premi di risultato e dei bonus una tantum, sia in denaro che in fringe benefit che sono stati dati anche grazie alla fiscalità vantaggiosa introdotta dal legislatore. L’insieme degli interventi va a compensare la parte fissa degli stipendi che, pur registrando un aumento record, non tiene il passo dell’inflazione e trascina in negativo il potere d’acquisto. «Negli ultimi 12 mesi la componente fissa della retribuzione è aumentata del +4,3%, considerando la mediana. È il dato più elevato degli ultimi 20 anni – ci spiega Rodolfo Monni, responsabile Indagini Retributive di WTW che ha condotto l’analisi -. Nella mediana, distinguendo per aree professionali, i dirigenti vedono un incremento del 4,6%, i quadri del 4,4% e gli impiegati del 4,1%. Se poi prendiamo le due estremità del campione, allora si rileva che in quella inferiore l’aumento è stato del 2,9%, in quella superiore del 6,9%». La retribuzione complessiva, invece, nel 2022 registra una dinamica del +6,2% se prendiamo la mediana, mentre alle 2 estremità è stata del 3% e del 10,8%. I dati scontano rilevanti differenze geografiche. Se prendiamo il fisso, a Milano gli incrementi arrivano al 4,4%, a Roma si fermano al 3,5%. Per il compenso totale le differenze sono ancora più significative e si va dal 4,9% di Roma, al 6,9% di Milano. Più in generale al Nord la crescita è più elevata che al sud. I settori che sono cresciuti di più sono la finanza che raggiunge punte del 7%, oltre il doppio di intrattenimento e ospitalità. Se la distinzione si fa per famiglie professionali allora quelle con la dinamica più elevata sono data science, strategic planning e retail management che arrivano a sfiorare l’8%. Retail operations e manufacturing hanno le oscillazioni più contenute, intorno al 3%. Secondo quanto osserva Monni, «queste dinamiche sono anche l’effetto dell’elevato mismatch domanda e offerta di lavoro in certi ambiti e per certe competenze, che costringe le imprese a rivedere i compensi al rialzo».

Gli incentivi di breve termine

Parlando degli incentivi di breve termine, nell’anno che ci stiamo lasciando alle spalle, se consideriamo gli schemi formalizzati, l’incidenza percentuale rispetto al fisso va dal 10% degli impiegati al 25% dei dirigenti, con una forte differenza nelle quote dei percettori: è infatti pari al 90% tra i dirigenti, al 71% tra i quadri e al 50% tra gli impiegati. Negli incentivi di breve termine, però, ci sono anche forme discrezionali: ad usarle sono circa il 13% delle imprese intervistate che le riservano al 40% degli impiegati e al 67% dei dirigenti. Quanto all’entità delle una tantum erogate, hanno un’incidenza percentuale sulla Ral che va dal 6% degli impiegati al 15% dei dirigenti.

Il confronto internazionale

Considerati i dati della Nadef (Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza) «per il 2022 contengono una stima di crescita dell’inflazione pari al 7% – dice Monni -. A fronte di aumenti retributivi medi programmati del 3%, questo significa che l’aumento reale è meno 4%. I dati Istat ci mostrano però valori a due cifre per l’inflazione che fanno parlare di una perdita ben superiore. Le previsioni del 2023 ci dicono che rimarremo sempre in area negativa. Le stime di novembre dicono che l’aumento retributivo medio sarà del 3,9%, ma l’inflazione è prevista al 5,5%: l’aumento reale sarà quindi meno 1,6%». Nel confronto internazionale nel 2022 la perdita del potere di acquisto in Italia «non è così diversa da quella di paesi come l’Austria o la Germania. È invece di un punto più alta della Francia, del Portogallo, della Svezia e di mezzo punto rispetto alla Gran Bretagna». Non manca però anche chi non registra alcun impatto. «L’unico paese dove aumenti retributivi e inflazione vanno di pari passo e i lavoratori non registrano alcuna perdita dell’aumento reale – osserva Monni – è la Svizzera».