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Aumenti Ace a effetto ritardato

La legge di stabilità (legge 147/2013) aumenta il rendimento nozionale dell’aiuto alla crescita economica (Ace). L’incremento riguarda il triennio 2014-2016, poi la misura sarà fissata da decreti del ministero del l’Economia. Tuttavia bisognerà attendere per riscontrare gli effetti del maggior beneficio: gli incrementi previsti non contribuiranno, infatti, a ridurre il totale degli acconti d’imposta dovuti.
L’applicazione
L’articolo 1, comma 137, della legge 147/2013 stabilisce un incremento progressivo del rendimento:
– il 4% per il periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2014;
– il 4,5% per il periodo in corso al 31 dicembre 2015;
– il 4,75% per il periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2016.
L’aumento del bonus previsto dall’ultima legge di stabilità punta a consentire una maggiore riduzione del carico impositivo ma l’effetto non si manifesterà sui versamenti del 2014. Il primo appuntamento con le percentuali maggiorate scatterà soltanto con le liquidazioni di Unico 2015.
L’articolo 1, comma 138, della legge 147/2013 stabilisce, infatti, che i soggetti che beneficiano della deduzione Ace determinano l’acconto delle imposte sui redditi dovute per i periodi d’imposta in corso al 31 dicembre 2014 e al 31 dicembre 2015 utilizzando l’aliquota percentuale per il calcolo del rendimento nozionale del capitale proprio relativa al periodo d’imposta precedente.
Quindi alle prossime scadenze di versamento (saldo sul 2013 e acconti sul 2014) non vi sarà alcun effetto tangibile: il saldo andrà determinato considerando la misura del 3% valida sul 2013, così gli acconti sul 2014 non terranno conto dell’incremento al 4% ma continueranno a prendere come base il 3 per cento.
L’effetto comincerà a manifestarsi sui versamenti da effettuare nel 2015: il saldo 2014 terrà conto del 4% così come gli acconti, dato che non si deve considerare l’ulteriore incremento previsto per il 2015. L’effetto ritardato rischia, quindi, di non incentivare l’apporto di nuovo capitale nelle società, soprattutto nei casi in cui la crisi economica lo ha reso più urgente.
Le altre modifiche apportate dalla legge di stabilità hanno semplicemente la funzione di coordinamento normativo. È stato prolungato il periodo nel quale la misura del rendimento era predeterminata. L’articolo 1, comma 3, del Dl 201/2011 (la disposizione istitutiva dell’Ace) prevedeva, infatti, che il rendimento fosse fissato al 3% per tre periodi d’imposta, a partire dal successivo rispetto a quello in corso al 31 dicembre 2010. Questo stava a significare che per il periodo in corso a detta data e i tre successivi il rendimento era assicurato nella misura del 3%, mentre a partire dal quarto periodo successivo fosse stabilito con un decreto del Mef da emanare entro il 31 gennaio di ogni anno. Ora, la misura del rendimento è fissata fino al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2016: l’obbligo di fissazione per decreto scatta, quindi, dal periodo d’imposta successivo.
Il peso specifico
A beneficiare delle modifiche dovrebbero essere maggiormente i contribuenti Irpef in contabilità ordinaria. In base alle semplificazioni apportate dal Dm Economia del 14 marzo 2012, questi ultimi determinano l’Ace in funzione del valore del patrimonio netto esistente al termine del periodo d’imposta. L’incremento dell’aliquota si farà sentire maggiormente, in quanto va applicata al mero stock di fine esercizio e non sulle variazioni rispetto al periodo precedente.
Il meccanismo
Più in generale, l’agevolazione consente alle imprese di dedurre dal reddito imponibile il componente negativo derivante dal rendimento nozionale attribuito al finanziamento delle imprese mediante capitale proprio: un rendimento determinato dal l’applicazione di un’aliquota percentuale alla variazione in aumento del capitale proprio rispetto a quello esistente alla chiusura dell’esercizio precedente.
Inoltre, l’aiuto alla crescita economica non può mai determinare una perdita fiscale. Le eventuali eccedenze, corrispondenti all’agevolazione non utilizzata per effetto dell’azzeramento del reddito, non vengono tuttavia perse: la parte eccedente può essere infatti portata in aumento dell’importo deducibile dal reddito dei periodi d’imposta successivi.

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