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Aumenta l’inflazione in Italia, ma solo per il rincaro energetico

Confrontato al balzo del 4,2% registrato negli Stati Uniti, l’aumento dell’inflazione italiana calcolato ieri dall’Istat (+1,1% su base annua ad aprile dal +0,8% di marzo) fa un po’ sorridere. E soprattutto dà il senso delle proporzioni. Il problema è che mentre negli Stati Uniti i prezzi al consumo salgono (tanto) in un’economia ormai riaperta e in pieno slancio post-Covid, in Italia salgono (pur molto meno) “trainati” per ora solo dal rincaro dell’energia quando ancora l’economia deve rimettersi in moto. Nessuno mette in dubbio che la ripresa arriverà forte anche in Europa e in Italia: lo dicono gli indicatori prospettici. Proprio ieri Goldman Sachs ha scritto che si attende una «ripresa forte» in Europa in estate. Il problema, però, è che ancora non c’è, perché la campagna vaccinale è più lenta e le economie sono ancora semi-chiuse o in fase di riapertura. Da noi, insomma, è arrivata prima l’inflazione della ripresa economica. E questo non è così positivo. Ma, per fortuna, sarà temporaneo.

Inflazione importata

Se si leggono i dati dell’Istat, lo sfasamento temporale tra prezzi al consumo e ripresa appare chiaramente. Scrive l’Istat che l’accelerazione tendenziale dell’inflazione «si deve essenzialmente ai prezzi dei beni energetici, la cui crescita passa da +0,4% di marzo a +9,8%». I prezzi dei beni alimentari non lavorati invece scendono (da +1,0% di marzo a -0,3%), come quelli dei servizi relativi ai trasporti (da +2,2% a -0,7%). L’“inflazione di fondo” (quella calcolata al netto dei prezzi dell’energia e degli alimentari freschi e quella al netto dei soli beni energetici) decelera a +0,3% da +0,8% di marzo. «Questo balzo non è certo positivo – osserva Luca Mezzomo, Responsabile analisi macro Direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo -. Deriva infatti dai prezzi dell’energia e arriva quando, in tutta Europa, la domanda aggregata è ancora sotto i livelli pre-Covid». Insomma: è troppo presto.

L’Italia subisce il fatto che altre economie hanno aperto prima (quella cinese e quella statunitense soprattutto) e hanno trainato al rialzo i prezzi delle materie prime con la loro forte domanda. «C’è uno sfasamento temporale tra Europa e Stati Uniti in termini di crescita, ma solo in parte in termini di inflazione – commenta Luigi Speranza, chief gobal economist di Bnp Paribas -. L’aumento dei prezzi al consumo oggi è dovuto a componenti esogene, anche se la ripresa arriverà». Ottimista Nicola Nobile, lead economist di Exfort Economics: «C’è il rischio di sfasamento temporale tra inflazione e ripresa, ma non mi preoccuperei troppo. La ripresa arriverà e sarà elevata già a maggio». Solo questione di tempo, insomma.

La reazione dei mercati

Il problema è che, nel frattempo, i mercati hanno già reagito all’inflazione: basti pensare a quanto sono saliti i rendimenti dei titoli di Stato in Europa. Solo nell’ultima settimana il tasso dei BTp decennali è lievitato da 0,89% del 10 maggio all’1,10% di ieri. Anche i Bund tedeschi sono saliti, passando in sette giorni da -0,21% a -0,11%. Stavano a -0,57% a inizio anno. Se nessuno teme davvero che per il rimbalzino dell’inflazione la Bce possa prima del previsto restringere la politica monetaria, il rischio è che il rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato possa però restringere anzitempo le condizioni finanziarie in tutta Europa. Se salgono i tassi dei titoli di Stato, a catena rischiano infatti di restringersi le condizioni finanziarie per tutti: famiglie e imprese.

La domanda è dunque cruciale: esiste il rischio di “stretta” finanziaria anticipata in Europa? Mesi fa l’analogo fenomeno fece intervenire la Bce, che annunciò un aumento degli acquisti di titoli di Stato. Ma questa volta, secondo gli economisti, il rincaro di Bund e BTp è più giustificato di allora: «È normale che il mercato rifletta l’imminente ripresa, mi sembra che questo aumento dei rendimenti sia coerente con lo scenario economico in arrivo», commenta Speranza. Dunque nessun problema. Purché la ripresa arrivi davvero. In fretta e forte.

Le aspettative

Per capire cosa potrebbero fare le banche centrali, bisogna però guardare anche al futuro. Alle aspettative. I mercati attendono in generale un aumento dell’inflazione media annua nel prossimo decennio, ma più negli Usa che in Europa: le aspettative in un arco di tempo decennale sono salite rispetto a quelle di fine 2020 da 1,10% a 1,55% in Eurozona e da 2,1% a 2,4% in Usa. L’idea generale è che quest’anno ci sarà un balzo forte (ma temporaneo) dei prezzi in Europa, per poi sgonfiarsi a inizio 2022 e poi risalire lentamente.

«Nel Vecchio continente l’aumento dell’inflazione nel 2021 sarà inferiore a quello statunitense per un motivo anche statistico – spiega Mezzomo -. Eurostat l’anno scorso, durante i lockdown, non ha registrato i prezzi delle attività chiuse, lasciandoli inalterati com’erano prima del Covid. Negli Usa invece l’ufficio di statistica ha registrato i prezzi delle attività più colpite, perché da loro un vero lockdown non c’è mai stato. Così ora la loro inflazione sale più velocemente, perché si confronta con prezzi ribassati un anno fa. In Europa questo effetto è più mitigato».

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