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Attrattività, l’Italia resta in coda

Regno Unito, Germania e Francia saldamente sul podio dei Paesi che riescono ad attirare il maggior numero di investitori esteri. L’Italia resta nella parte bassa della classifica, preceduta da Spagna e Olanda. Il nostro Paese, la seconda potenza manifatturiera del continente, soffre di un deficit di attrattività e non regge il confronto con quanto offrono altre nazioni altrettanto provate dalla crisi come quelle della penisola iberica, ma che hanno già imboccato la via delle riforme.
In Italia, dal luglio 2009 al luglio 2014, gli investitori esteri hanno avviato 583 progetti greenfield, che hanno portato alla creazione di poco più di 4.700 posti di lavoro. Il tutto ha richiesto finanziamenti per 7 miliardi di dollari. È quanto emerge dal report «fDi Markets» sui trend degli investimenti esteri. Sono stati analizzati oltre 15mila progetti effettuati in 21 nazioni: una partita da 146,2 miliardi di dollari di investimenti, che hanno portato alla creazione di quasi 288mila nuovi posti di lavoro.
La lunga crisi ha ridotto lo stock di investitori che guardano all’Europa occidentale e dopo i picchi del 2011 il trend ha imboccato la parabola discendente.
«Negli ultimi anni l’Europa vede un calo degli Fdi – commenta Courtney Fingar, editor-in-chief di “fDi Magazine” e responsabile dei contenuti di fDi Intelligence, divisione del Financial Times -. L’Italia ha diverse criticità con gli investitori esteri, esasperati dai problemi economici, da una certa confusione nella strategia di promozione e dalla mancanza di coordinamento tra i diversi enti pubblici che affermano di avere un mandato per la promozione del Paese».
Per l’Italia il bilancio poteva essere ben diverso con la realizzazione di un solo progetto in più: quello del rigassificatore di Brindisi, grande infrastruttura che avrebbe portato alla creazione di un migliaio di posti di lavoro e oltre un miliardo di dollari di investimenti. Dopo undici anni di “difficoltà” e una spesa di oltre 250 milioni British Gas nel 2012 ha gettato la spugna.
Chi decide di investire in Italia punta ai servizi per le imprese con l’obiettivo di presidiare il mercato. Tra i settori spicca quello delle tlc, su cui si sono riversati oltre 2 miliardi di dollari di investimenti, mentre il comparto trasporti e logistica ha creato il maggior numero di nuovi posti (650) e precede le tlc (300) e l’elettronica. La top ten delle multinazionali che hanno varato progetti vede nomi come FedEx, Vodafone, Ceva, Amazon, oltre al gruppo filippino Jtkc e colossi dell’energia come Rwe ed Électricité de France.
«Segnano il passo i grandi progetti greenfield nell’energia e nelle infrastrutture, ovvero quelli di cui il Paese ha assoluto bisogno, mentre vanno meglio gli investimenti in acquisizioni – osserva Donato Iacovone, a.d. di EY Italia -. Servono riforme, e più che le idee ciò che è veramente mancato è stato il coraggio di attuarle. Lo stesso coraggio che oggi l’Europa si aspetta per riconoscere credibilità al decreto “sblocca Italia”». Aggiunge Fingar: «Il governo Renzi ha annunciato alcuni cambiamenti, ma le implicazioni restano per il momento poco chiare».
Non c’è solo un deficit di attrattività, ma anche di competitività. A dirlo è la classifica del World economic forum (Wef), che per il secondo anno consecutivo mette l’Italia al 49° posto. Ci precedono Spagna, Portogallo, le repubbliche del Baltico e Malta. Come fermare il declino? Una possibile cura la suggerisce Francesco Saviozzi, direttore del Master in Imprenditorialità e strategia aziendale della Sda Bocconi, che insieme a Paola Dubini ha curato la parte italiana della ricerca del Wef. «Si dovrebbe trarre ispirazione dal pacchetto di semplificazioni e agevolazioni varato per le start up che dimostra che si possono creare condizioni attrattive per fare impresa – spiega Saviozzi -. Si deve soprattutto fare in fretta per dimostrare all’estero che si riesce a supportare veramente le imprese». I settori da valorizzare sono quelli delle scienze della vita, il biotech e il digitale con pacchetti di norme ad hoc e creando i presupposti per far ritornare i talenti fuggiti all’estero.
«È necessaria anche una vera e seria strategia per attirare gli investitori, con un modello proattivo e coordinato – conclude Fingar -. Sono molti i punti di attrattività offerti dall’Italia, dalle scienze alle tecnologie, senza dimenticare le Pmi con i loro elevati livelli di competenze. Ma questi plus non vengono ottimizzati e comunicati al meglio ai mercati internazionali».

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