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Attività cointestate, voluntary pro quota

Dalle istruzioni sulla disclosure (circolare 10/E del 13 marzo) sono arrivate indicazioni su come trattare conti correnti e altre attività intestati a più soggetti.
Va premesso che già le norme di legge contengono un’importante disposizione: le attività intestate a più persone si presumono, salvo prova contraria, ripartite tra tutti i cointestatari in parti uguali.
La legge prevede che la ripartizione avvenga «per ciascun periodo di imposta, in quote uguali tra tutti coloro che al termine degli stessi ne avevano la disponibilità». Questa disposizione era necessaria per raccordare la collaborazione volontaria con le nuove regole di compilazione del quadro Rw, che richiedono l’indicazione integrale dell’importo da parte di tutti i soggetti cointestatari.
Nel caso più semplice, quindi, ciascuno dei cointestatari dovrà fare la sanatoria per la quota di sua spettanza. È il caso diffuso del conto intestato a marito e moglie, o a più fratelli o coeredi.
Tuttavia su questo aspetto occorre fare attenzione, dato che la ripartizione in quote uguali opera solo se si aderisce alla disclosure; in caso contrario si rischia, per chi non aderisce, l’applicazione delle sanzioni calcolate sull’intera somma.
La circolare infatti è chiara nel punto in cui evidenzia che: «in termini generali il beneficio è riconosciuto esclusivamente a coloro che presentano l’istanza, dunque in presenza di più soggetti, dei quali solo alcuni abbiano aderito alla procedura di collaborazione volontaria, la sanzione sarà irrogata pro-quota (determinata tenendo conto di tutti coloro che ne avevano la disponibilità) solo nei confronti dei soggetti che hanno aderito alla procedura».
I soggetti delegati. La circolare si è spinta oltre nell’analisi, giungendo a concludere che una simile soluzione deve essere adottata anche nel caso in cui un soggetto non risulti cointestatario del conto, ma semplicemente disponga di una delega ad operare.
Per arrivare a questa situazione, tuttavia, a nostro parere occorre che il soggetto delegato abbia quanto meno la possibilità di disporre delle somme, con la possibilità di effettuare prelevamenti o bonifici e giroconti.
Non a caso la circolare fa espressamente riferimento alle “deleghe di firma” (ultima frase del paragrafo 1.1). In taluni casi esistono presso le banche estere semplici deleghe alla visura dei conti: in questa ipotesi sembrerebbe corretto concludere che il delegato non debba fare nulla ai fini della disclosure così come non dovrebbe essere minimamente tenuto alla compilazione del quadro Rw.
In tal senso si ricorda che la circolare 38/E del 2013 ha chiaramente evidenziato che «in caso di conto corrente estero intestato ad un soggetto residente sul quale vi è la delega di firma di un altro soggetto residente, anche il delegato è tenuto alla compilazione del quadro Rw per l’indicazione dell’intera consistenza del conto corrente detenuto all’estero qualora si tratti di una delega al prelievo e non soltanto di una mera delega ad operare per conto dell’intestatario».
La prova contraria. Altra questione delicata riguarda la possibilità, concessa dalla stessa norma di legge, di dimostrare che alla contestazione formale delle attività non corrispondono poteri reali di disporne. In molti casi, infatti, le attività all’estero sono state intestate anche ad un altro soggetto (tipicamente un familiare) solo affinché quest’ultimo potesse intervenire sulle ricchezze in caso di necessità o di bisogno.
Ora, arrivato il momento di avvalersi della collaborazione, c’è da capire chi debba procedere con la presentazione dell’istanza. Sembrerebbe corretto ritenere che la realtà giuridica dei rapporti debba prevalere su quella formale dell’intestazione.
Così, ad esempio, se le somme appartengono a un padre ma il conto corrente è intestato anche al figlio, deve essere possibile che la disclosure avvenga integralmente ad opera del padre, senza che il figlio abbia alcun obbligo. Ci si chiede però quale possa essere una valida dimostrazione di questa situazione, visto che dalla circolare viene espressamene richiesta la produzione di tutta la documentazione necessaria.
La dimostrazione più chiara è quella di ricostruire la genesi delle somme evidenziando chi le ha “create”. Inoltre il fatto che l’intestazione, a seguito della disclosure, venga effettuata, tra i soggetti interessati, in modo disomogeneo dovrebbe essere sufficiente al fisco. In modo analogo, se la delega alla firma venisse tolta, prima o dopo la presentazione della istanza, questa circostanza dimostrerebbe che il delegato non aveva alcuna disponibilità reale delle somme detenute all’estero. Resta inteso che dovranno essere valutate eventuali problematiche a fronte di liberalità rilevanti ai fini dell’imposta di successione e donazione.
Gli adempimenti. Dal punto di vista pratico, in caso di attività cointestate e di sanatoria presentata pro quota, ciascuno dovrà indicare i codici fiscali degli altri nella sezione I del modello (soggetti collegati).
Se invece la sanatoria la facesse, ad esempio, solo uno dei cointestatari, ma per l’intero importo, per le motivazioni che abbiamo visto sopra, c’è da capire quale comportamento tenere per gli altri obbligati. A questo proposito si possono ipotizzare due soluzioni:
a)i dati degli altri contestatari devono essere indicati ma questi non devono presentare istanze di disclosure in quanto finirebbero solo per appesantire la procedura, anche dal punto di vista dell’amministrazione finanziaria;
b)i dati vanno indicati e gli altri contestatari devono presentare anche loro una istanza di disclosure (a zero, e quindi anche se non hanno altre posizioni proprie da regolare), solo al fine di attivare il principio generale che, come abbiamo sopra ricordato, si applica solo ai soggetti che aderiscono.
Sul punto sarebbe importante conoscere l’orientamento operativo specifico dell’agenzia delle Entrate.

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