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Attivisti, focus su Europa e Giappone Elliott è il leader tra i fondi hedge

I fondi attivisti guardano fuori dagli Usa e puntano sull’Europa e, soprattutto, sul Giappone. Elliott e Starboard si confermano i due investitori più attivi, rappresentando da soli il 10% degli interventi a livello globale. Complessivamente, i fondi attivisti hanno conquistato 122 posti nei consigli di amministrazione ma la loro rappresentanza femminile nei board resta limitata: solo il 20% rispetto a una media del 46% di nuove nomine in società dell’indice S&P 500. Il dato più rilevante del 2019 è però il calo dell’attività globale rispetto al picco del 2018: le società target sono diminuite a 187 (-17%) e anche il capitale investito è sceso in proporzione da 60 a 42 miliardi. Sono questi i principali dati che emergono dal rapporto 2019 della banca d’affari Lazard sull’operatività dei fondi attivisti, ovvero quei fondi che puntano a massimizzare il valore delle società in cui investono ingaggiando battaglie assembleari o incalzando il management e i board per estrarre valore a vantaggio di tutti gli azionisti. Anche gli hedge attivisti nel 2019 hanno subito la concorrenza dei fondi passivi, cioè quelli che investono replicando gli indici di Borsa. I deflussi netti dai fondi gestiti attivamente hanno registrato 176 miliardi di dollari nei primi nove mesi del 2019 (più dei 105 dello stesso periodo del 2018), a favore dei Big 3 degli Index funds (BlackRock, Vanguard e State Street) che hanno aumentato la presa su Wall Street. Se a questi ultimi nel 2014 faceva capo il 14% dell’indice S&P500, oggi quella quota è salita al 19%.

Tra i vari hedge funds attivisti globali, anche nel 2019 il più “operoso” è risultato Elliott Management, in Italia noto tra l’altro per la presenza in Tim e nel Milan, primo anche nel 2019 per numero di campagne lanciate (14) e per capitale impegnato (8,4 miliardi di dollari). L’80% del capitale di Elliott si è concentrato in quattro grandi campagne: At&T, Sap, eBay e Marathon.

In Europa l’attività è risultata in calo (-16%) quasi esclusivamente a causa della riduzione delle operazioni (-46%) negli Uk, mentre nel resto del Continente le operazioni sono rimastr stabili sui livelli del 2018 con focus concentrato in Germania, Svizzera e Francia. In calo l’attivismo dei grandi hedge Usa, in aumento l’operatività di investitori locali con il fondo Ciam leader europeo con 6 campagne. L’Italia è stata solo lambita da nuove campagne attiviste, con l’iniziativa del fondo Third Point su EssilorLuxottica. Per la prima volta nel 2019, il Giappone è stato il Paese extra-Usa più bersagliato dalle iniziative dei fondi attivisti con il 23% delle campagne globali e il 27% del capitale investito. In totale, le campagne in Giappone sono state 19 con un impiego di capitale di 4,5 miliardi.

In generale, il rapporto di Lazard evidenzia l’incremento di iniziative “attiviste” in occasione di merger and acquisitions, salite a 99 (dalle 82 del 2018) e pari al 47% del totale con un capitale investito di quasi 20 miliardi (erano 11 nel 2018) in due settori: industriale e tecnologico.

Altro versante d’interesse sull’esito delle battaglie degli attivisti è quello che riguarda le modalità di ingresso dei loro rappresentanti nelle società obiettivo. In un contesto che vede ridursi il numero dei seggi vinti (giù da 161 a 122), scende sensibilmente (dal 22% al 16%) il numero dei consiglieri nominati a seguito di proxy fight assembleari mentre sale quello dei board members nominati in base ad accordi (settlement), il che è probabilmente un segnale della maggiore arrendevolezza delle società alle richieste dei fondi. L’animo “guerrigliero” degli attivisti apparentemente mal si addice alla loro rappresentanza femminile nei board, che sale solo dal 17 al 20% del totale dei consiglieri di amministrazione nominati dai fondi che ingaggiano battaglie assembleari.

Infine, da segnalare la forte crescita delle dinamiche Esg nei processi di investimento dei fondi: le masse amministrate da investitori che hanno sottoscritto il protocollo delle Nazioni Unite è salito in un anno da 82 a 86 trilioni di dollari.

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