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Atti processuali, sì a perseguire la sinteticità e la chiarezza

«La chiarezza dello stile è causa ed effetto della chiarezza del pensiero. E il pensiero giuridico, per sua natura, dovrebbe essere un pensiero chiaro». È con questa premessa che comincia il documento stilato dal Gruppo di lavoro sulla sinteticità degli atti processuali, istituito dal ministero della Giustizia, coordinato dal Capo del Dipartimento per gli affari di giustizia Antonio Mura e composto da studiosi e operatori del diritto anche esterni all’amministrazione.

Questa settimana Affari Legali ha voluto confrontarsi con i professionisti per un primo giudizio sulle linee guida della commissione.

Avvocati compatti: «sì serve più sintesi, ma no all’imposizione di un numero massimo di pagine». Sul tema, il fronte dei legali si mostra compatto: tutti d’accordo sull’introduzione di criteri che rendano più sintetica e chiara la stesura degli atti. Meno slancio c’è invece nei riguardi di una scelta che limiti fisicamente la scrittura, ad esempio imponendo un numero massimo di pagine.

Non a caso, infatti, secondo Dario Minella partner di Minella Studio Legale, il principio della sinteticità degli atti processuali «è apprezzabile e va premiata la linearità espositiva e la chiarezza delle idee». Anche l’uso di protocolli per disciplinare le attività operative dei professionisti può essere incoraggiato e non sminuisce la competenza dell’avvocato, ma per Minella risulta invece più difficile immaginare «che possano essere imposti precisi limiti dimensionali negli atti perché non è nel numero delle pagine che si possono misurare i concetti».

Sulla necessità di chiarezza e sinteticità invece «non vi è dubbio: oggi nella redazione degli atti sono imposti dalle norme (art. 3, co. 2 D.Lgs. 2 luglio 2010, n. 104, Codice del processo amministrativo, «Il giudice e le parti redigono gli atti in maniera chiara e sintetica»; art. 16-bis, D.Lgs. 18 ottobre 2012, n. 179) e non solo da principi espressi negli anni dalla giurisprudenza», conferma il tributarista Fabio Ciani ex studio legale Tonucci, specificando però che al di là dell’obbligo normativo forse questi criteri sono richiesti dal buon senso, «in quanto solo attraverso questi elementi si perviene alla persuasività delle argomentazioni che sorreggono gli specifici motivi di un’impugnazione.

Solo un atto chiaro raggiunge lo scopo, esaltandone la forza d’impatto». Allo stesso tempo però, Ciani fa notare che sinteticità non significa necessariamente semplificazione: il problema non sta nel contenuto, più o meno lungo dell’atto, quanto nello stile espositivo dello stesso da cui ne discende l’efficacia. Ecco anche perché il tributarista ritiene che l’introduzione di regole specifiche (limiti dimensionali alla redazione degli atti: massimo 25 pagine, a volte 50) previste dal Decreto 22 dicembre 2016 emanato secondo la previsione dell’art. 13-ter dell’allegato II al D.Lgs. 104/2010 «nulla hanno a che fare con il migliorare lo svolgimento del processo e del rispetto del principio del giusto processo e della ragionevole durata dello stesso (art. 111 Cost. e art. 6 Cedu)».

Contraria all’imporre un numero limitato di pagine è anche l’amministrativista Francesca Sbrana, responsabile del dipartimento di contenzioso amministrativo dello studio Lipani Catricalà & Partners secondo la quale un obbligo di questo tipo potrebbe costringere l’avvocato «a lasciare inesplorati alcuni argomenti difensivi, del resto non recuperabili neppure in udienza, ove viene per lo più scoraggiata la discussione approfondita delle cause, ancor più non recuperabili nel giudizio d’appello nel caso in cui siano stati omessi in primo grado non per errore bensì per esigenze non strettamente difensive».

La chiarezza di uno scritto, poi, non è di certo assicurata dal numero di pagine o di battute: «anzi la «concisione coatta» potrebbe rendere l’esposizione molto più confusa», sottolinea Sbrana.

La capacità di sintesi nell’esercizio dell’attività forense si coniuga con un’altra esigenza ampiamente condivisa, «quella che abbraccia la cultura della trasparenza, richiesta prima di tutto da cittadini e imprese.

E che peraltro ha un fondamento coerente con lo sviluppo dell’attività». Ne è convinto Gianfranco Benvenuto, fondatore dello Studio legale Benvenuto che aggiunge come tra i giudici e gli avvocati la figura del «tuttologo» sia sempre meno frequente: «viviamo in un’epoca che richiede specializzazione ed è conseguente che lo specialista si esprima con termini e riferimenti sintetici che consentono all’interlocutore di comprendere con poche e semplice citazioni, gli argomenti che si agganciano a quel riferimento. Facendo un esempio, nel mio settore di attività nell’ambito concorsuale, i mei interlocutori sono giudici altrettanto specializzati che non amano essere inondati di parole senza costrutto; le questioni che si discutono in aule di giustizia, salvo qualche eccezione, sono già state trattate e decise in altri tribunali o in gradi di giudizio superiori e dunque non è difficile in poche parole spiegare se si aderisce ad un orientamento o ad un altro in quanto tutti coloro a cui ci rivolgiamo (giudici e avvocati) sanno di cosa stiamo trattando», fa notare il professionista.

Spesso l’avvocato è ricondotto alla figura del logorroico, ma per Benvenuto la realtà è proprio tutt’altro: «è un professionista che sa organizzare le risorse del pensiero, ordina gli argomenti e li espone in modo chiaro e persuasivo senza ripetizioni inutili», ecco perché secondo lui occorre fare una selezione dei dati di cui si dispone per utilizzare solo quelli che consentano ai propri argomenti di arrivare fino all’obiettivo che prefissato «e per fare questo ci vuole sintesi. Queste qualità non sono patrimonio innato di tutti ma si coltivano con l’esercizio e la sintesi è uno strumento potente che aiuta a tenere accesa l’attenzione di chi ascolta o legge sugli argomenti che vengono declinati e sviluppati».

Il capzioso, chi si aggrappa a cavilli o ad argomenti di contorno, chi divaga senza mai centrare il bersaglio del problema «per lo più non viene ascoltato o letto, dunque allenare la mente alla sintesi aiuta a giungere al cuore del caso che si vuole esporre proponendo la soluzione che apparirà semplice ed ovvia sebbene riferita ad un caso che all’origine non lo era per nulla», consiglia Benvenuto.

Anche Marta Fusco, avvocato internazionalista, specializzata in diritto commerciale e della proprietà intellettuale nello studio Eunomia, commenta di aver sempre ritenuto la sinteticità degli atti «un fattore che può favorire il successo del contenzioso, pertanto favorevole all’adozione di tale principio. Indubbiamente il principio di sinteticità deve essere applicato con equilibrio perché in casi di particolare complessità l’esposizione deve essere articolata e ricca di argomenti, per essere efficace, e non può essere compressa eccessivamente».

La ricerca di una sinteticità e chiarezza espositiva negli atti processuali e, più in generale, nell’affrontare gli impegni di gestione e organizzazione di uno studio professionale «è oggi una necessità ineludibile che deve permeare il lavoro quotidiano di un avvocato», dice Mauro Intagliata, partner di Rovacchi Intagliata Studio legale Associato specificando che questo criterio vale a maggior ragione oggi che si opera all’interno del processo telematico con il supporto di una sempre più raffinata informatizzazione. «Le ragioni e le argomentazioni giuridiche delle parti processuali risultano tanto più persuasive e convincenti quanto più vengono veicolate da una lingua asciutta e sintetica – continua Intagliata – approfondire e ampliare i temi che stanno alla base di una causa civile o penale non significa dover necessariamente ricorrere ad una esposizione e redazione degli atti verbosa ed ampollosa. Si possono e, oggi più che mai, si devono affrontare le questioni giuridiche anche le più complesse ed articolate con stringatezza e brevità di narrazione ed esposizione senza avvertire nei principi della sinteticità e chiarezza un limite o addirittura un ostacolo all’esercizio accurato e compiuto della difesa in giudizio».

Ma la lentezza dei processi non dipende dalla lunghezza degli atti. Bene quindi fare ricorso alla capacità di sintesi e alla scrittura il più possibile chiara e comprensibile, ma su una cosa gli avvocati non ci stanno: la lentezza dei processi non dipende dalla lunghezza degli atti.

«I ritardi e le lungaggini della giustizia purtroppo non dipendono dalla stesura degli atti processuali ma da una difettosa organizzazione del lavoro e da carenze strutturali imputabili anche e soprattutto all’inerzia governativa. Di certo comunque una lettura più rapida degli atti processuali, qualora vengano rispettati i principi di sinteticità e chiarezza, può aiutare e favorire la celerità del lavoro dei giudici che potranno auspicabilmente pronunciare un maggior numero di provvedimenti», spiega ancora Intagliata aggiungendo che per raggiungere l’obiettivo di garantire un miglior servizio giustizia al cittadino che intenda ottenere il riconoscimento di un proprio diritto, ovvero l’effettuazione di un rapido e giusto processo, avendo come principi di riferimento la chiarezza e la sinteticità della elaborazione degli atti, «è bene partire dalle basi dello studio e della cultura universitaria valorizzando, più che imponendo, l’imprescindibilità nel lavoro professionale della importanza di redigere un atto con la dovuta e richiesta concisione. È quindi condivisibile in quest’ottica valutare e selezionare i futuri operatori del diritto anche attraverso il rispetto di questi principi».

Secondo Agostino Clemente partner di Ughi e Nunziante studio legale si fa bene a chiedersi se i tempi della giustizia dipendano soltanto dalle modalità di redazione degli atti. «Nei giudizi di primo grado – che sono quelli in cui viene fornita la prima risposta, spesso anche l’unica, alla domanda di giustizia – la chiarezza e la sinteticità degli atti potrebbero essere favorite e dovrebbero essere accompagnate anche da una strutturazione più funzionale dei processi», dichiara il professionista, sottolineando in particolare che si dovrebbe concentrare l’attività dei giudici nella fase decisionale «e si dovrebbero perimetrare all’inizio del giudizio i fatti rilevanti, i fatti ammessi e quelli contestati (da provare). In questo modo emergerebbero più chiaramente le questioni da decidere, si eviterebbero udienze e istruttorie inutili, e atti e sentenze potrebbero e dovrebbero andare diretti al punto», aggiunge Clemente.

Ancora più netta l’opinione di Andrea Orabona, partner dello studio legale Orabona che da penalista relativamente al sistema di giustizia penale ritiene che «l’imposizione di limiti temporali alle conclusioni orali dei difensori denota un’evidente lesione del contraddittorio e delle garanzie difensive riconosciute all’imputato nell’argomentare liberamente l’infondatezza dell’ipotesi accusatoria elevata dal Pubblico ministero».

Secondo il professionista, l’eccessiva durata dei processi «dovrebbe in realtà contrastarsi con l’introduzione di provvedimenti di politica legislativa maggiormente efficaci, fra cui, l’implementazione dell’organico dei magistrati giudicanti presso i distretti di Corte d’Appello, ovvero, l’introduzione di sanzioni riconducibili all’utilizzo strumentale delle regole processuali, senza incidere minimamente sulla portata delle decisioni difensive dell’imputato o delle sentenze del Giudice penale».

Cominciare a essere sintetici sin da Università e concorsi. I connotati della sinteticità e chiarezza «devono costituire il minimo denominatore culturale comune a tutti gli operatori del diritto nella formulazione di deduzioni difensive avanti il giudice penale, sia orali sia scritte».

Ne è convito Orabona, tanto da sostenere una delle proposte del Gruppo di lavoro ministeriale, ossia quella di cominciare a trasmette questi «valori» sin dall’Università e dai concorsi. «Tale impostazione dovrebbe tuttavia essere preceduta da una complessiva riforma del sistema didattico presso le Facoltà di Giurisprudenza – ove è ancora dedicata una trattazione puramente teorica delle discipline del diritto penale sostanziale e processuale. Invero, le ultime annualità di corso universitario dovrebbero prevalentemente involgere lo svolgimento di simulazioni pratiche di attività forensi o giudiziarie, quali la redazione di atti difensivi o l’esposizione orale di eccezioni al Giudice penale, così da poter costituire un idoneo parametro di riferimento per la valutazione delle competenze di futuri avvocati o aspiranti uditori giudiziari», suggerisce il penalista.

Molto d’accordo sulla necessità di formare i giovani alla redazione degli atti si mostra anche Agostino Clemente, secondo il quale la formazione alla scrittura è infatti da estendere anche agli atti stragiudiziali. «Nonostante questa mia sensibilità ai temi della scrittura e del linguaggio giuridico, ritengo però che la questione formativa si ponga in senso più ampio e generale. Si usa dire che il diritto sia una scienza pratica, ossia una disciplina atta a risolvere situazioni problematiche. Ebbene, allora avvocati e giudici dovrebbero essere formati fin dal primo anno di studi ad un approccio problem solving. Qualcuno riesce ad immaginare un corso di ingegneria o di matematica in cui non si impari a risolvere problemi ed esercizi e in cui agli esami ci si limiti a ripetere quello che è scritto in un libro? Ebbene, questo è quanto accade nei corsi di giurisprudenza». L’avvocato di Ughi Nunziante si riferisce all’analisi di casi pratici, alla ricerca di soluzioni, all’argomentazione giuridica, alla scrittura di qualsiasi natura, spiegando che si tratta di pratiche «paradossalmente estranee al percorso formativo di giurisprudenza».

Al più, continua il professionista, può capitare che si commentino delle sentenze in alcuni seminari facoltativi tenuti e frequentati da volenterosi. «E non è finita: la prova scritta del concorso per l’accesso alla magistratura consiste ancora oggi nello svolgimento di «temi», dunque scritti astratti, da redigere senza gli strumenti della professione legale, ossia senza testi giuridici e senza sentenze da consultare; così, a memoria. L’esame per diventare avvocato ha un taglio più pratico ma, ora, pare che si voglia tornare indietro ed abolire l’uso all’esame dei codici commentati con la giurisprudenza, per rendere l’esame più «difficile», non certo più funzionale allo scopo di orientare positivamente la formazione e la selezione degli avvocati. In questo quadro, trovo allora davvero molto utile questo orientamento ministeriale orientato alla funzionalità, e auspicherei anzi innovazioni molto più profonde», conclude Clemente.

Più cauto Daniele Sorgente dello studio legale a tributario Girardi e Associati secondo il quale una formazione specifica sin dagli anni di studio «può essere d’ausilio e contribuirebbe a dare all’Università un po’ di quel «taglio pratico» che ad oggi ancora manca». Anche secondo lui, l’esigenza di sinteticità e chiarezza si avverte ed è sempre più diffusa, e i protocolli sulla redazione degli atti avanti la Corte di Cassazione ne sono un esempio. «Tuttavia, ragionare di questi temi nell’ottica di un possibile parametro di valutazione per l’accesso alle professioni mi sembra allo stato prematuro», fa notare Sorgente.

Maria Chiara Furlò

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