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Atti, la chiarezza è d’obbligo

Atti giudiziari da scrivere secondo un format stringato. Le norme processuali e l’onda riformatrice si impuntano su regole di confezionamento esterno di citazioni/ricorsi/memorie e comparse e delle sentenze.

Sia il processo amministrativo sia il processo civile, infatti, prevedono già regole, più o meno severe, sulla brevità nella formulazione delle difese e delle sentenze.

Il processo amministrativo, nella versione vigente, prevede il principio generale di chiarezza e sinteticità (articolo 3 del Cpa, codice del processo amministrativo), include questi principi tra i parametri per decidere sulle spese a carico di chi perde la causa (articolo 26 Cpa), e attribuisce a un decreto del presidente del consiglio di stato il compito di specificare le modalità a cui le parti devono in concreto attenersi (articolo 13 ter norme di attuazione Cpa. A questo nuovo decreto stanno lavorando gli uffici della giustizia amministrativa, con il coinvolgimento delle professioni forensi.

Sempre in materia di processo amministrativo si deve considerare, però, che una abrogata versione dell’articolo 120 del Cpa prevedeva oneri specifici di sinteticità nei giudizi sugli appalti; sul punto il presidente del consiglio di stato aveva adottato il decreto 40/2015, in cui, tra l’altro, era indicato, con alcune eccezioni, il limite di 30 pagine e corpo 12 del carattere e interlinea 1,5.

Nel processo civile una regola di questo tipo è stata introdotta come esigenza del processo telematico.

L’articolo 16 bis, comma 9 octies, del decreto legge 179/2012 prevede che gli atti di parte e i provvedimenti del giudice depositati con modalità telematiche siano redatti in maniera sintetica (si noti che la norma non cita la chiarezza).

Inoltre è in pista un gruppo di lavoro presso il ministero della giustizia ed è annunciato un decreto ministeriale che definisca gli adempimenti connessi alle esigenze di snellezza degli atti.

Ma vediamo quali sono le prospettive per il lavoro degli avvocati e dei giudici.

La prima constatazione è che le professioni giuridiche devono fare i conti con una inversione di tendenza: non conta quello che si dice, ma conta di più lo spazio a disposizione.

Si parte dal limite dimensionale e a quello bisogna adeguare le modalità di espressione.

L’avvocato, poi, deve sostenere discorsi persuasivi e deve farlo in uno spazio predeterminato. Il giudice, invece, deve motivare la sua decisione e dovrà tenersi nei limiti assegnati.

Questa esigenza di adeguarsi a regole sul confezionamento degli atti porta alla selezione da un lato degli argomenti difensivi e dall’altro degli argomenti motivazionali.

Oltre alla selezione degli argomenti, bisogna ridurre la portata del discorso. Quindi, scelta degli argomenti e graduatoria degli stessi, con sviluppo del discorso meno ampio.

Risulta necessario, poi, anticipare un sunto e le conclusioni per poi passare allo sviluppo. Pertanto nello schema dell’atto sarà meglio, dopo l’indicazione delle parti e delle informazioni sul processo, dare la possibilità al giudice di indicare dove si va a parare, esplicitando le richieste, per poi passare alla descrizione dei fatti e alla illustrazione delle tesi giuridiche (con selezione dei punti e meno verbosità nelle spiegazioni). Altro discorso è se chiarezza e sinteticità sono principi che assicurano la migliore difesa e la migliore sentenza possibile.

Da notare che i due termini sono eterogenei: uno può essere sintetico e confuso oppure prolisso ma chiaro. Il problema si sposta, a questo, punto sulle conseguenze per le difese della scarsa chiarezza e sinteticità. La questione riguarda più che altro la sinteticità, a fronte di prescrizioni che probabilmente si concentreranno a determinare numero massimo di pagine e dimensione dei caratteri e spaziatura.

Alcune regole già oggi puniscono chi supera il numero massimo di pagine con la mancata lettura delle pagine sovrabbondanti. Insomma l’ordinamento ritiene preferibile dare torto a chi ha ragione, se questa ragione emerge nelle pagine eccessive, piuttosto che impegnare il giudice a leggere le pagine ulteriori, magari sanzionando l’eccesso di parole con una multa.

C’è, infine, una riflessione sul processo telematico e, anzi, sul documento informatico.

Ci si chiede se, infatti, non sia possibile utilizzare le potenzialità tecnologiche e in particolare i collegamenti ipertestuali. La possibilità, ora non consentita di inserire elementi attivi nel testo delle difese depositate telematicamente, potrebbe consentire a chi legge di avere un testo base snello e contemporaneamente di poter scaricare i testi di riferimenti in separati file.

Antonio Ciccia Messina

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