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Atlantia, revoca e rating sotto tiro: il mercato ora guarda al maxi debito

Un debito importante, quasi 38 miliardi di euro. E un rischio, duplice, per Atlantia: la potenziale revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia, iter verso il quale sembra sempre più orientato il governo, e la scure delle agenzie di rating. Due fattori che, combinati assieme, creano una situazione di particolare tensione attorno al gruppo infrastrutturale. Quella che fino a poco tempo fa era ritenuta una soglia di esposizione pienamente sostenibile, complice una redditività costante e rotonda, oltre 7 miliardi di margine operativo lordo l’anno e un cash flow operativo prossimo ai 5 miliardi, tanto più con prospettive di riduzione mirata, è infatti diventato un elemento di forte preoccupazione per il mercato.

D’altra parte, le carte in tavola sono cambiate. Le nubi, già dense sopra la holding, si sono fatte ancora più nere e i timori serpeggiano a più livelli, tra i finanziatori, tra gli azionisti, tra i bondholder e tra chi ha creduto all’ambizioso progetto di creare la prima holding infrastrutturale al mondo. Nulla di allarmante, gli asset al servizio del debito ci sono e assolutamente capienti ma l’equilibrio è certamente meno stabile. E la ragione è semplice. E si spiega mettendo in fila pochi numeri. L’eventuale revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia, sulla scorta del Milleproroghe, quindi a un prezzo potenzialmente inferiore a quello che è il debito e comunque incassabile in tempi non certo rapidi, genererebbe un effetto a catena. Innanzitutto farebbe scattare la richiesta di rientro immediato dell’esposizione. Aspi, tuttavia, che ha un indebitamento di 10,8 miliardi, potrebbe non essere nelle condizioni di soddisfare i creditori nel breve periodo. Ragione per cui potrebbe venir chiamata in causa Atlantia. La holding è garante di circa 2,1 miliardi di finanziamenti (verso Cdp e verso Bei di cui 1,7 miliardi richiamabili immediatamente) e di circa 3,8 miliardi di prestiti obbligazionari. Complessivamente si tratta di 5,5 miliardi che Atlantia potrebbe dover sborsare dall’oggi al domani. Ma come? Atlantia dispone di 2 miliardi di linee di credito attivabili in caso di necessità, mancherebbero dunque all’appello circa 3,5 miliardi recuperabili in due modi: cessione di asset e ricorso al mercato. A quali condizioni è tutto da stabilire. Anche perché i creditori non garantiti potrebbero comunque decidere di andare ad aggredire per i restanti 5,3 miliardi sempre Atlantia, la quale avrebbe in quel caso come unica arma di difesa quella di affidarsi alle vie legali. Questo in uno scenario che conta ben 17 mila bondholder, investitori istituzionali di ogni tipo, compresa la Bce e i più grandi fondi internazionali. E con le agenzie di rating pronte a mettere nuovamente mano al giudizio sul debito avendo mantenuto alta, e con implicazioni negative, l’attenzione sul debito della holding.

S&P, nella nota che ha sancito il declassamento a spazzatura dell’esposizione del gruppo, ha in più passaggi segnalato un potenziale rischio di liquidità. Ma in che termini? Ancora una volta tutto ruota attorno al decreto Milleproroghe. Il decreto, per Standard & Poor’s, sostanzialmente «aumenta significativamente il rischio di una carenza di liquidità per Aspi e Atlantia». Proprio perché potrebbe accelerare la richiesta di rimborso del debito in capo ad Autostrade. Atlantia, si chiede la stessa S&P, sarebbe in grado di reggere un simile urto? Di sicuro si troverebbe «in una situazione di potenziale stress di liquidità». Tanto più perché se scattasse revoca o risoluzione «i flussi di cassa di Aspi potrebbero arrestarsi relativamente rapidamente».

E questo creerebbe un problema rilevante ad Atlantia. Ancora una volta sono i numeri stessi a tracciare il quadro della situazione. Come detto, il debito netto della holding sfiora i 38 miliardi, di questi 23 miliardi sono prestiti obbligazionari e circa 17,5 miliardi sono finanziamenti. Ogni anno tutto questo costa alla compagnia qualcosa come 1,5 miliardi di euro di oneri finanziari. Basta guardare i conti del primo semestre: 765 milioni di interessi passivi nei sei mesi di cui circa 530 milioni legati all’operazione Abertis. Una somma rilevante che finora è stata spesata grazie agli oltre 7 miliardi di margine operativo lordo che la holding è in grado di produrre ogni anno. Ma se dal perimetro venisse tolta Aspi, sebbene sulla carta verrebbero deconsolidati 10,8 miliardi di indebitamento, allo stesso tempo verrebbero a mancare circa 2,3 miliardi di margine operativo lordo. Mettendo dunque pressione a una struttura finanziaria che per la sua dimensione si poggia necessariamente sulla necessità di aver flussi di cassa costanti e rotondi.

Per giunta, il rating spazzatura complica le cose e in prospettiva potrebbe rendere anche più costosa la raccolta di mezzi sul mercato. Oggi, facendo banalmente la proporzione tra debito e oneri, la compagnia ha un costo dell’esposizione che sfiora il 4%: il rischio è che la spesa possa salire. Basti pensare che un bond Atlantia a cinque anni che lo scorso settembre pagava l’1,2% oggi tratta al 2,5% e a inizio gennaio aveva superato il 3%.

Nel governo, al momento, l’unico ad opporsi alla revoca è Italia Viva di Matteo Renzi. Da capire se basterà come argine. A ieri sera la maggioranza sembrava pronta a far valere il Milleproroghe.

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