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Atlantia, resa dei conti su Aspi Cdp pronta al passo indietro

Stante il quadro attuale Cdp è pronta ad abbandonare il tavolo della trattativa. La richiesta formale del governo ad Atlantia di «rispettare gli impegni assunti» sul delicato dossier Autostrade per l’Italia, con particolare riferimento al pef (il piano economico finanziario da cui dipendono investimenti e tariffe) e all’atto transattivo, sarebbe in arrivo ma nel mentre Cassa risulta a un passo dalla rottura definitiva. D’altra parte la distanza tra le parti su alcuni nodi chiave, manleva e articolo 10 dell’atto transattivo, sembrerebbe al momento incolmabile. Questo, secondo rumor raccolti nella tarda serata di ieri, anche a valle di un vertice tra il numero uno della holding, Carlo Bertazzo e le prime linee di Cdp. Summit che non avrebbe sbloccato la situazione. Ma che tuttavia non avrebbe neppure fatto cambiare idea al management di Atlantia pronto a portare al cda di oggi la scissione proporzionale e successiva quotazione di Aspi o, in alternativa, la vendita sul mercato dell’intero 88% detenuto nella concessionaria.

Questo a prescindere dallo stallo con Cassa. Così facendo, è convinta l’azienda, verranno rispettati gli impegni assunti il 14 luglio scorso. E, a parere della società, per una serie di ragioni. Innanzitutto perché in entrambe le fattispecie non è escluso l’ingresso di Cdp, sebbene le modalità siano tutte da concordare. E poi perché sarà di fatto garantita la separazione di Autostrade da Atlantia secondo procedure di mercato. Principio quest’ultimo, spiegano fonti vicine al dossier, che ha guidato l’intesa “non scritta” raggiunta con il governo a metà luglio scorso.

Nella lettera di impegni inviata dalla compagnia all’esecutivo nella notte del 14 luglio, come ricostruito da Il Sole 24 Ore, era infatti stato messo nero su bianco che Aspi e la controllante erano disponibili «a realizzare» l’intesa solo «all’esito di una valutazione positiva dei rispettivi consigli di amministrazione». Valutazione che non è mai stata fatta perché lo schema dell’operazione, che prevedeva prima l’aumento di capitale riservato a Cdp e poi la scissione, è stato bocciato dagli investitori della holding. La ragione? Mancava di alcuni presupposti chiave contenuti sempre nella lettera di impegno secondo cui il riassetto doveva «assicurare la necessaria trasparenza, attraverso un’operazione di mercato, a garanzia di tutti gli stakeholder di Atlantia e di Aspi, inclusi gli investitori retail e istituzionali, nazionali e internazionali».

Questa lettera di impegno non ha mai ricevuto una risposta formale dall’esecutivo, tuttavia il comunicato ufficiale diffuso da Palazzo Chigi dopo il recepimento della missiva ha fatto intendere all’azienda che quella proposta fosse stata condivisa in ogni sua declinazione. E tra queste era previsto anche che «la realizzazione delle operazioni descritte» avvenisse «a valori di mercato» e che «il nuovo socio di controllo» si sostituisse ad «Atlantia nelle garanzie ad oggi prestate sul debito di Aspi».

Tutto questo con l’obiettivo di creare «una società ad azionariato diffuso, a cui potrebbero partecipare oltre a investitori istituzionali e fondi pensione, anche tanti azionisti retail, diversamente da quanto avvenuto con la privatizzazione del 1999». Inoltre va dato conto di un altro passaggio chiave della missiva: «Qualora le operazioni societarie sopra proposte venissero da voi ritenute non di interesse (si fa riferimento all’aumento di capitale con successiva scissione, ndr), Atlantia si rende disponibile a valutare proposte di acquisto da parte di Cdp e/o di investitori istituzionali di gradimento di Cdp dell’intera partecipazione detenuta in Aspi a valori di mercato determinati successivamente alla definizione concordata del procedimento di presunto grave inadempimento e alla definizione del quadro regolatorio e tariffario (auspicabilmente entro il 30 settembre 2020)».

In altre parole, una volta firmato pef e atto transattivo si potrà procedere alla vendita dell’asset a Cdp. Peccato però che per la firma dei due documenti manchi l’accordo su due elementi chiave. Da un lato la pretesa di Cdp di ottenere la manleva sui potenziali rischi futuri legati alla vicenda del crollo del Ponte di Genova. Per Cassa ma anche per tanti altri investitori terzi cui l’ente ha sottoposto il dossier si tratta di una garanzia imprescindibile, sarebbe una tutela minima dell’investimento e assicurerebbe quella “trasparenza” e quelle “condizioni di mercato” cui più volte si è appellata la holding. Atlantia, tuttavia, al momento non avrebbe alcuna intenzione di assecondare la richiesta e anzi da par suo ha sollecitato una modifica a quanto inserito nell’atto transattivo dal Mit. In particolare, si tratta dell’articolo 10 che nel suo secondo comma prevede che l’accordo diventi efficace «al perfezionamento dell’operazione di riassetto societario del concessionario, nei termini definiti ad esito delle autonome negoziazioni tra il concessionario, Atlantia e Cdp». Insomma pef e atto transattivo saranno validi solo se Cassa entrerà nel capitale di Aspi. Condizione che, per la holding, così come è stata formulata non può essere accettabile. Ciò ha spinto la società a rispondere al Mit con una controproposta rispetto alla quale però non ha ancora avuto riscontri che tuttavia dovrebbero arrivare a stretto giro con il richiamo dell’esecutivo a dar seguito agli impegni presi.

Eppure l’intesa sui punti cardine del pef, cruciale per gli investimenti sulla rete è stata raggiunta. Il 23 luglio Aspi ha inviato al Ministero la proposta di nuovo piano economico finanziario, nel quale tutte le richieste del Governo sono state recepite: 3,4 miliardi di euro di risorse “compensative”, applicazione del sistema regolatorio dell’Art, con una riduzione del tasso di rendimento degli investimenti effettuati dall’11% al 7,09%, un incremento annuo delle tariffe dell’1,75%, 14,5 miliardi di investimenti e 7 miliardi di manutenzioni entro la fine della concessione.

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