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Atlantia, il nodo indennizzo. La via (stretta) della trattativa

Spalle al muro, Atlantia cerca un canale diplomatico con Palazzo Chigi per evitare «l’epilogo nucleare»: la revoca della concessione della sua controllata Autostrade per l’Italia decisa dal governo o, in alternativa, la risoluzione del contratto stabilita dai vertici della stessa Aspi da dover comunicare entro il 30 gennaio. Questa azione, sterilizzata dal governo nel Milleproroghe ma giuridicamente ancora possibile secondo gli avvocati della società concessionaria, potrebbe consentire ai soci di spuntare un maxi-indennizzo da 23 miliardi stabilito dalla Convenzione del 2007. Convenzione messa di recente nel mirino dalla Corte dei conti che ha giudicato il sistema delle concessioni autostradali degli ultimi anni lesivo dell’interesse pubblico.

La nomina di Carlo Bertazzo alla guida di Atlantia, fedelissimo dei Benetton, servirebbe anche a stimolare un dialogo con l’esecutivo. Che al momento sembra confinato al rapporto tra il ceo di Aspi, Roberto Tomasi, e la ministra dei Trasporti, Paola De Micheli. Dialogo dettato dalla stretta contingenza viste le misure di sicurezza prese in queste settimane, data la carente manutenzione su viadotti e gallerie sulla rete di Aspi. Da Roma filtra un atteggiamento attendista. La decisione sulla revoca non verrà probabilmente presa neanche nel prossimo Consiglio dei ministri, seppur sia concluso il dossier preparato dai tecnici del Mit pronto per essere «collegialmente discusso» a Palazzo Chigi. Il premier Conte opta per la revoca, viste le «inadempienze gravi», ma il governo sarebbe diviso e si attendono le regionali in Emilia-Romagna per capire la tenuta dell’esecutivo. Che, però, si terranno tra due domeniche e il tempo di riannodare il filo del dialogo, a quel punto, sarebbe minimo.

Il principale nodo sarebbe di tenuta finanziaria. Il governo dovrebbe riconoscere ad Aspi un indennizzo di 7 miliardi. E anche se l’esborso non dovrà avvenire contestualmente all’atto di revoca è presumibile che finisca per incidere pesantemente sui conti pubblici, considerando anche le riforme in discussione sugli scaglioni Irpef e sul costo del lavoro che rischiano di produrre ulteriore deficit.

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