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Atlante non è un bazooka

C’era una volta il sistema bancario più bello del mondo, così ci hanno detto. Ma adesso non c’è più. Atlante, il fondo voluto dal governo per risolvere il problema dei crediti in sofferenza, ha il merito di aver evitato che l’aumento di capitale della Popolare di Vicenza innescasse una crisi sistemica che dalla provincia veneta avrebbe potuto estendersi a tutte le banche italiane e incendiare di nuovo l’Europa. Ma, come ha sostenuto il governatore della Bce, Mario Draghi, è solo un primo, piccolo passo. La non adesione all’aumento di capitale da parte dell’azionariato diffuso, quello presente nel territorio vicentino, testimonia che è stato azzerato non solo il capitale sociale.
È andato distrutto anche il patrimonio di relazioni e di fiducia accumulato in generazioni. Con il primo azionista, Atlante, al 92% del capitale e il secondo azionista, Mediobanca, al 5%, non ha stupito la decisione di non ammettere a quotazione le nuove azioni della Popolare di Vicenza. A questo punto, Atlante, che è un fondo, diventa di fatto l’azionista unico di una banca che appartiene al novero delle grandi banche europee. Quelle sotto la diretta supervisione della Bce.
Tecnicamente, l’aumento di capitale è andato in porto. Nella sostanza, il risultato è disastroso. In Borsa, sono state punite tutte le banche, ma in special modo Unicredit e quelle con la situazione più critica in termini di “sofferenze”. Per quanto riguarda Unicredit, inutile aggiungere altri commenti sulla decisione di garantire l’intero aumento di capitale, ne è stato scritto a sufficienza nelle settimane passate. Più interessante riflettere invece sul problema delle sofferenze e sul ruolo che Atlante potrà giocare nel risolverlo. Come è noto, Atlante ha raccolto adesioni per 4,25 miliardi di euro, e quasi esclusivamente da istituzioni finanziarie italiane. Una parte è destinata a supportare nell’immediato gli aumenti di capitale di Popolare Vicenza (1,5 miliardi, già interamente impegnato), Veneto Banca (1 miliardo) e altre banche minori. E una parte dovrebbe servire nel caso si materializzasse il rischio di una nuova iniezione di risorse finanziarie nella Popolare di Vicenza, qualora, come si avverte nel prospetto informativo della richiesta di quotazione, le cause legali in corso e la crisi di fiducia della clientela ne indebolissero ulteriormente la solidità patrimoniale.
Difficile quindi immaginare che le risorse a disposizione di Atlante per attaccare la montagna di crediti in sofferenza (Npl) possano superare il minimo previsto dal Regolamento del Fondo, pari a circa 1,25 miliardi di euro. Tra l’altro, se Atlante agisse in logica di mercato, probabilmente replicherebbe lo schema di intervento che il Fondo Apollo ha proposto a Carige. e che è stato bocciato dalla banca genovese. Acquisterebbe cioè in via prioritaria le sofferenze della banca di cui è azionista (quasi) unico, per massimizzare il recupero di valore. E solo la Popolare di Vicenza aveva a fine 2015 quasi 9 miliardi di crediti in sofferenza, pari a poco più di 5 miliardi al netto di svalutazioni e riserve. La cassa sarebbe presto vuota.
Nei giorni scorsi qualcuno si era arrischiato addirittura a prevedere che le risorse del fondo potessero alleggerire dai bilanci delle banche italiane 50 miliardi di euro di sofferenze lorde. Come? Comperando le tranche più rischiose dei crediti detenuti dalle banche e rendendo loro quindi più facile vendere le altre, con benefici immediati sui bilanci. La realtà è che quanto più rischiosa e complessa la realtà finanziaria su cui si interviene, tanto minore è l’effetto positivo che si può ottenere. E non c’è nulla di più rischioso e complesso da valutare delle sofferenze bancarie.
Con 1-2 miliardi di euro a disposizione da investire più prudente ipotizzare di arrivare a sbloccare 10 miliardi di sofferenze lorde. Se consideriamo che lo stock di sofferenze lorde è pari a 200 miliardi, che diventano 350 miliardi estendendo il conteggio alla definizione più ampia dei crediti in sofferenza, Atlante è più simile ad un bisturi che non ad un bazooka. Di fronte a questi numeri, quanto accaduto in questi giorni dovrebbe chiarire una volta per tutte che il tifo nazionalistico tra Italia e Germania sui conti pubblici e sui problemi finanziari è meglio riservarlo alle partite di calcio e ai quotidiani sportivi. Ora, è venuto il momento di guardare in faccia la realtà e lavorare insieme, noi e loro (i partner del Nord Europa), alla soluzione di quello che è soprattutto un nostro problema.
Marcello Esposito
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