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«Atlante non aggira le regole europee»

BRUXELLES
Il governo italiano e la Commissione europea sono sempre in stretto contatto per trovare una soluzione condivisa sul nuovo assetto creditizio in Italia. Ieri, qui a Bruxelles, la commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager si è voluta ottimista sul futuro delle trattative, in un momento in cui i Ventotto stanno discutendo animatamente sul completamento dell’unione bancaria ed eventuali tetti alla detenzione di debito pubblico da parte degli istituti di credito.
Interpellata sul nuovo fondo Atlante, che sarà chiamato ad aiutare le banche in crisi, la signora Vestager ha risposto: «Non penso che il governo italiano faccia le scelte che sta facendo con il fine di evitare gli aiuti di Stato o il controllo sugli aiuti di Stato. Penso che stia tentando di trovare i modi migliori per consentire al settore bancario italiano di fare progressi. Atlante è stato istituito come un fondo privato. Se ci sono ragioni per cui lo Stato debba intervenire, ovviamente ci informeranno».
Secondo le ultime informazioni, il fondo verrà finanziato dai gruppi assicurativi, dalle fondazioni bancarie e dagli istituti di credito. All’operazione parteciperà anche un azionista pubblico: la Cassa Depositi e Prestiti con 500 milioni di euro (si veda Il Sole/24 Ore del 14 aprile). «Siamo in stretto contatto con il ministero dell’Economia – spiegava ieri un esponente comunitario, a seguito delle parole della signora Vestager -. Per il momento non abbiamo novità da commentare».
Le regole comunitarie prevedono particolare analisi da parte della Commissione non solo nei casi di operazione con denaro pubblico, ma anche nei casi in cui l’uso del denaro privato sia imposto d’autorità dal governo nazionale. In altre parole, una volta appurato che il fondo Atlante è finanziato da denaro privato, è importante agli occhi dell’esecutivo comunitario che vi sia partecipazione pienamente volontaria da parte dei partecipanti, per evitare distorsioni al mercato.
Alla fine dell’anno scorso, la stessa Commissione bocciò il salvataggio della banca Tercas da parte del Fondo interbancario per la tutela dei depositi perché questo intervenne su richiesta del governo (si veda Il Sole/24 Ore del 24 dicembre). Peraltro, è giusto ricordare che l’uso del denaro pubblico nelle operazioni economiche è autorizzato dalle regole comunitarie, purché i fondi statali siano utilizzati secondo le regole del mercato, in altre parole in un modo simile a come avrebbe fatto un investitore privato.
L’altro fronte bancario italiano aperto riguarda il modo in cui rimborsare i piccoli obbligazionisti che hanno subito perdite nella ristruttrazione di quattro banche regionali alla fine dell’anno scorso (Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti). Ieri la signora Vestager ha confermato che un accordo di massima è stato trovato all’inizio di aprile, ma che manca ancora una intesa sui dettagli.
Il rimborso potrebbe avvenire in due modi. Il primo modo sarebbe accelerato: rispettati una serie di criteri, il risparmiatore riceverebbe un risarcimento, senza passare da un arbitrato. Il secondo modo, più lungo nei tempi, prevederebbe una decisione arbitrale e potrebbe consentire all’obbligazionista di ottenere un compenso più elevato. Intanto, di banche si parlerà anche venerdì e sabato, in occasione di una riunione informale dei ministri delle Finanze ad Amsterdam.
Tra i temi in discussione, il completamento dell’unione bancaria e la nascita di una assicurazione in solido dei depositi (si veda Il Sole/24 Ore di ieri). Alcuni paesi, come la Germania, non vogliono dare proprie garanzie ai depositi bancari di altri Stati se non ottengono in cambio una riduzione dei rischi creditizi. Una delle possibilità è di introdurre tetti alla detenzione di debito pubblico. L’Italia, contraria, può contare sul fatto che scelte di questo tipo sono prese solitamente a livello mondiale, e non regionale.

Beda Romano

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