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Atlante, no alle banche venete

Il fondo Atlante si sfila ufficialmente dal dossier per l’ulteriore salvataggio della Popolare di Vicenza e di Veneto banca, di cui è azionista pressoché unico. Quaestio sgr, la società guidata da Alessandro Penati che gestisce il fondo, ha comunicato che, dopo i 3,5 miliardi di euro già iniettati, «non si riscontrano le condizioni per qualsiasi ulteriore investimento nelle vostre banche da parte dei fondi da noi gestiti».

Quindi né Atlante 1 né Atlante 2 aiuteranno a trovare quelle risorse che la Dg Comp (Antitrust) della Commissione Ue vuole che arrivino dai privati per dare via libera all’ingresso dello stato.

Il primo fondo ha disponibilità residue per meno di 50 milioni. Il secondo, invece, ha già impegnato 450 milioni per l’acquisto di junior tranche di cartolarizzazioni e ogni eventuale ulteriore investimento «sarebbe problematico», in quanto le risorse disponibili «appaiono già ora insufficienti a soddisfare le domande che ci provengono da altre istituzioni bancarie che necessitano di dismettere i loro portafogli». E se Atlante non è disponibile, sembra che altrettanto si possa dire del resto del mondo bancario.

L’a.d. di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha ribadito la propria contrarietà (si veda box). Anche il mondo delle fondazioni bancarie non sarà della partita: il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, ha detto chiaramente che non c’è l’intenzione di investire ulteriormente e anche chi, come Cariverona, non ha partecipato ad Atlante non è disposta a mettere risorse.

Rimane, dunque, il nodo dei fondi privati da trovare.

Secondo le autorità europee, ai due istituti guidati da Fabrizio Viola, che hanno preparato un piano di rilancio che passa per la fusione, serviranno fino a 6,4 miliardi. Una parte, circa 700 milioni, verrà recuperata con la conversione dei bond subordinati, e poi ci sono i 938 milioni che Atlante ha già versato in conto futuro aumento di capitale. Rimangono circa 4,7 miliardi e le indicazioni che arrivano da Bruxelles sono di trovare un miliardo dai privati per coprire le perdite che deriveranno dalla vendita degli oltre 9 mld di sofferenze che pesano sui bilanci delle banche.

Fra le ipotesi circolate c’è quella che l’esborso da parte privata venga ridotto grazie ad alcune cessioni, che sono comunque in programma, come quelle delle quote in Arca e Bim, e che vengano dirottate verso il salvataggio delle due ex popolari le risorse del Fondo interbancario destinate alle Casse di Rimini, Cesena e San Miniato. Il governo sta lavorando perché la situazione si risolva con la ricapitalizzazione preventiva, e il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan ha escluso il bail-in.

Giacomo Berbenni

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