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Atlante e Jp Morgan, scontro su Mps

Atlante termina l’esame dei crediti inesigibili di Mps confermandone il valore stimato a luglio e dunque l’investimento di 1,6 miliardi per la sua quota. Ma il nodo delle sofferenze senesi non è sciolto, per le aspre discussioni su chi comanderà nel veicolo che cartolarizzerà quei crediti tra il fondo capitalizzato da banche e assicurazioni italiane e Jp Morgan, finanziatore del prestito ponte da 5 miliardi che lo sosterrà finché non saranno pronte le garanzie del Tesoro utili a vendere agli investitori istituzionali la tranche più sicura di quei crediti. E’ uno scontro non solo di potere e culture, ma anche di commissioni, e di garanzie in caso i flussi di recupero di quei crediti malandati non bastassero a pagare le cedole dei futuri bond spacchettati. Senza un compromesso in pochi giorni rischia di saltare l’agenda del nuovo ad Mps Marco Morelli, che punta a convocare l’assemblea sull’aumento il 18 novembre e avviarlo sul mercato, con contestuale vendita delle sofferenze, il 5 dicembre (l’indomani del referendum costituzionale).
La buona notizia è che i valori stimati a luglio erano realistici. Così ieri Atlante ha reso noto di «avere concluso, tramite Credito Fondiario, la due diligence» sulle sofferenze Mps, e «confermare il proprio investimento di 1,6 miliardi nella tranche mezzanine (a rischio medio, ndr) alle condizioni concordate con Mps». Sempre ieri Italfondiario, che per Jp Morgan ha svolto simili perizie sugli stessi crediti, ha esposto i suoi dati a Londra alle tre banche che dovranno spartirsi i 5 miliardi di prestito ponte: Jp Morgan, Citi e Mediobanca (l’italiana per quote residuali). Anche nella City si dice che i numeri originari, che valutavano le sofferenze Mps al 33% del nominale, erano giusti. I dissidi ora sono sul chi-fa-cosa. Negli accordi il ruolo di master servicer, che coordina e gestisce i flussi di cartolarizzazione, va a Credito Fondiario. C’è maretta sulla scelta degli altri servicer, che cureranno l’incasso dei recuperi creditizi. Italfondiario è nella rosa stretta dei candidati a gestire la piattaforma Juliet, quella che Mps sta vendendo e in futuro gestirà un terzo dei 9,2 miliardi più le nuove sofferenze di Siena. Credito Fondiario e Italfondiario sono entrambe in conflitto d’interesse, perché con una mano valutano crediti che con l’altra, presto, dovranno recuperare. Altre divergenze riguardano l’escussione delle garanzie a fronte dei 9,2 miliardi di sofferenze Mps qualora il veicolo fallisse. Atlante e i suoi soci temono che Jp Morgan prenda troppo peso (è anche garante primo dell’aumento Mps), mentre gli americani chiedono garanzie per il rischioso maxi finanziamento: solo al suo rimborso, previsto prima di marzo, Atlante potrà comandare da sola nel veicolo.
Intanto l’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier ha piazzato uno dei suoi contropiede cedendo sul mercato il 20% di Fineco. Pochi l’aspettavano – tra cui chi martedì ha venduto la banca online facendole perdere il 4% – perché Fineco era tra le pedine da vendere interamente per rafforzare Unicredit, che ne aveva già ceduto un 10% a luglio. Ora invece la capogruppo s’è impegnata «a non disporre di ulteriori azioni di Fineco per 360 giorni dal regolamento dell’operazione». Tra l’altro la vendita di tutta Fineco era complicata dai 12 miliardi di euro che nelle sue gestioni sono investiti in bond Unicredit a tassi attorno al 2,5%, e ne sostengono i ricchi margini: i candidati compratori chiedevano uno sconto a riguardo. Mustier ha preferito vendere alla Borsa, con sconto del 6,4% sui 4,78 euro di ieri, tagliando il nodo. Unicredit incassa circa 542 milioni e resta al 35% di Fineco che «continuerà a controllare e consolidare».

Andrea Greco

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