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Atene tratta a oltranza. L’Ue stringe sul patto

di Luigi Offeddu

BRUXELLES — «Com'è ovvio — ha detto soave il ministro delle Finanze Evangelos Venizelos — la bancarotta significherebbe la nostra uscita dall'euro». E questa è precisamente la scommessa cui è chiamata la Grecia soffocata dal debito nelle prossime ore: entro questa sera — indicazione di Venizelos, ancora — quadrare il cerchio con i suoi creditori di mezzo mondo, indurre banche e investitori privati in genere a condividere una (buona) parte delle perdite sui titoli di Stato greci deprezzati, per poi portare quel «cerchio quadrato» a Bruxelles, lunedì, e formalizzare l'accordo davanti ai ministri finanziari soci della moneta comune, riuniti nell'Eurogruppo.
Se l'accordo con gli investitori privati non ci sarà, l'Eurozona non darà più un soldo: è ufficiale, l'ha detto Venizelos. Unione Europea e Fondo monetario internazionale, per Atene quasi dei prestatori di prima e ultima istanza, partecipano naturalmente alla battaglia. Tutto o quasi si gioca intorno a due numeri: il 50, cioè il 50% del valore dei titoli, che gli investitori sarebbero già pronti a lasciare sul piatto dopo averli comprati in tempi migliori; e il 60-70%, una rinuncia molto più alta, cui invece sta puntando Atene con l'ultimo negoziato, proprio in queste ore. Ieri il governo di Lucas Papademos ha trattato per tutto il giorno con la Trojka, la commissione mista Ue-Fmi-Bce, e con Charles Dallara, capo-negoziatore per gli investitori privati. Poi, ha incontrato i leader dei partiti.
Ufficialmente i progressi sono stati scarsi, Atene parla di «negoziati entrati in una fase molto difficile», mentre per Dallara i colloqui sono stati «fruttuosi» e riprenderanno certamente questa mattina. Secondo il New York Times gli hedge fund, i fondi speculativi di investimento, sarebbero pronti ad azioni legali per tutelare gli interessi dei loro clienti. Oggi, la volata — forse — finale. All'orizzonte ci sono anche i 130 miliardi di nuovi prestiti internazionali, decisi a ottobre da Ue e Fmi: ma si sa già che anche quelli non arriveranno mai, se la Grecia non condurrà in porto le riforme promesse; e non a caso, l'ultima bozza di accordo per il vertice Ue del 30 gennaio circolata a Bruxelles propone che siano esclusi da futuri aiuti quei Paesi che non aderiranno al patto di bilancio sostenuto da Angela Merkel, che cioè non useranno la ramazza dentro e intorno alle loro cassaforti.
Atene ha 350 miliardi di debito, pari al 160% del suo Pil. L'accordo di oggi — se ci sarà — dovrebbe tagliare 100 miliardi da quella montagna, e puntare a un debito pubblico pari al 120% del Pil entro il 2020. La trattativa si svolge sotto una falce paurosa: la scadenza di 14,5 miliardi di titoli prevista per marzo, che la Grecia non può onorare. Dovrebbero essere sostituiti da nuovi titoli, per i quali Atene offrirebbe interessi del 4%: e accettando quell'interesse, i creditori accetterebbero anche la famosa perdita, o «coinvolgimento», del 50%. Questo dicevano i semi-accordi degli ultimi giorni. Ma ieri, Atene ha messo sul piatto interessi minori, al 3,5%: cioè la prospettiva di una perdita ben più alta, fino al 70%. Per questo gli hedge fund hanno chiamato gli avvocati, e tutta l'Europa sta ora con il fiato sospeso.
 

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