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Atene spera in Papademos. L’intesa si incaglia nel finale

di Antonio Ferrari

ATENE — Tutto da rifare. Dovevano annunciare la sua nomina a primo ministro nel pomeriggio. Sul nome del professor Lucas Papademos, ex governatore della Banca di Grecia, ex vicepresidente della Bce e architetto dell'ingresso di Atene nell'area euro, non c'era bisogno di discutere. Vi è infatti piena convergenza tra l'ormai ex premier socialista George Papandreou e il capo dell'opposizione di centrodestra Antonis Samaras. Tuttavia, il candidato alla guida del governo non è per indole e per carattere uno che sacrifichi alle convenienze alcuna delle proprie idee. È rientrato dagli Stati Uniti, dove tiene un corso all'università di Harvard, e ha voluto prima di tutto discutere con coloro che hanno scelto la squadra di governo e i vari dettagli che dovranno garantire il rispetto di tutti i provvedimenti chiesti dall'Ue e dal Fondo monetario. E poi accompagnare il Paese alle elezioni. Previste, salvo correzioni in corso d'opera, per il prossimo 19 febbraio.
Ma in Grecia, come accade nella sorella maggiore Italia, niente è facile, prevedibile e scontato. E allora nel tardo pomeriggio è cominciato un fastidioso balletto ed è cambiato tutto, proprio mentre il presidente dell'Eurogruppo Juncker chiedeva a entrambi i maggiori partiti di firmare una «lettera di impegni sulle riforme» per potere accedere alla seconda tranche di aiuti. I nazionalisti di Nuova democrazia avrebbero contestato a Samaras di aver accettato il governo di coalizione e d'aver ceduto sulla data delle elezioni. I più intransigenti della destra le vorrebbero a dicembre. Ipotesi che farebbe saltare l'accordo. E che allontanerebbe anche il candidato-premier, troppo serio e autorevole per essere privato della necessaria autonomia e del tempo necessario per rispettare gli impegni con i partner europei.
Sessantaquattro anni, Lucas Papademos è uno studioso che non ha mai coltivato ambizioni politiche. Troppo distaccato per lasciarsi sedurre dalle sirene di incarichi di governo, come gli era stato proposto più volte, anche da George Papandreou. Ogni volta il professore ha opposto un franco rifiuto. Come molti suoi colleghi economisti, non è incline a frequentare salotti e tribune televisive. Potremmo definirlo il Mario Monti greco, anche se forse Papademos si sente più vicino a Mario Draghi. È laureato in fisica al Mit, poi il master in ingegneria elettronica, e infine — sempre al Mit — il Phd in economia nel 1978. Accademico alla Columbia University di New York e infine il ritorno ad Atene.
Comincia nel 1985 la sua carriera nella Banca di Grecia, fino a diventarne governatore e a disegnare il percorso del suo paese fino all'eurozona, negli anni di governo socialista di Costas Simitis. La piccola Grecia, con un Pil che è meno del 3 per cento di quello dell'intera Unione Europea, grazie a questo servitore dello stato «preparato, abile e onestissimo», come dice il suo ex braccio destro Panajotis Tomopoulos, anch'egli grande economista che presiede il fondo greco di stabilità, ce l'ha fatta. La dracma è andata in pensione. E il tessitore è proprio questo tecnocrate verticale, vicino al Pasok, ma fiero e orgoglioso della propria indipendenza.
Compiuta la missione, Papademos è diventato vicepresidente della Bce e uno dei collaboratori più stretti di Trichet. Non è stato coinvolto nell'operazione bilanci falsi di Atene negli anni del governo di Nuova democrazia. Infatti, era ben noto il suo assoluto sostegno alla politica del rigore finanziario, con la necessità, anzi l'obbligo di abbattere il debito pubblico. L'annuncio del nuovo premier è stato rinviato, forse a stamane. Papademos attende, con disappunto e pazienza, pronto a servire la Grecia che ora ha assoluto bisogno di lui.

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