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Atene spaventa le Borse, spread a 129

La Grecia è talmente indietro rispetto alla tabella di marcia delle riforme che il Fmi potrebbe sborsare la sua quota di aiuti solo a patto che i partner europei accettino di svalutare una parte significativa dei loro crediti verso Atene. Questo, stando quanto riportato lunedì sera dal sito Financial Times, è quanto il capo del dipartimento Fmi per l’Europa Poul Thomsen avrebbe detto ai ministri delle finanze dell’area euro impegnati nei negoziati per lo sblocco degli aiuti alla Grecia. 
Una notizia che, a pochi giorni dalla scadenza del 12 maggio in cui Atene dovrà rimborsare al Fmi un miliardo di euro, ha riportato l’incubo «Grexit» nelle sale operative dopo settimane di relativa calma. E il fatto che il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble abbia negato che una richiesta di taglio del debito greco sia mai stata avanzata dal Fmi non ha contribuito a calmare gli animi. Anche perché lo stesso ministro tedesco d’altra parte si è detto «piuttosto scettico» che un accordo tra Atene e i suoi creditori possa essere raggiunto in tempo. Come se non bastasse, sempre ieri la Commissione europea ha tagliato pesantemente le sue stime di crescita dell’economia greca alla luce dell’incertezza politica.
Tutti questi fattori spiegano perché ieri sui mercati obbligazionari sia tornata a farsi sentire l’avversione al rischio. Gli investitori, che nelle scorse settimane erano tornati a comprare bond greci a seguito del commissariamento dell’intransigente ministro delle finanze Varoufakis, ieri hanno venduto. Il tasso biennale, seppur lontano dai massimi di metà aprile, ieri è risalito oltre quota 20% e un netto rialzo ha registrato anche il titolo a 10 anni, che viaggia oltre il 10 per cento. Vendite sostenute si sono viste anche su Bonos e BTp. Il tasso del decennale italiano ieri è risalito all’1,80%, livello che non si vedeva dallo scorso gennaio. Il differenziale di rendimento (spread) dopo un avvio di giornata relativamente tranquillo ha registrato forti escursioni passando da un minimo di 110 a un massimo di 130 punti per poi chiudere a quota 129 punti.
L’avversione a rischio ha penalizzato anche le Borse. Dopo un avvio in rialzo sulla scia di alcuni positivi risultati trimestrali i listini continentali hanno invertito la rotta in mattinata per poi ampliare i ribassi nella seconda parte della giornata. Il saldo a chiusura degli scambi è pesante per la Borsa di Atene che ha registrato un tonfo del 3,85 per cento. Flessioni marcate anche per gli altri principali indici continentali con il Ftse Mib di Piazza Affari che ha perso il 2,76%, l’Ibex 35 di Madrid il 2,74%, il Cac40 di Parigi il 2,12% e il Dax30 di Francoforte che ha chiuso gli scambi in calo del 2,51 per cento. Non ha invece subito contraccolpi l’euro, che anzi ha consilidato la quota 1,12 dollari riconquistata quqalche giorno fa.
Gli investitori ieri hanno preso a pretesto le notizie sulla crisi greca per vendere bond periferici. Di fatto per molti è stata l’occasione giusta per vendere monetizzando il rally che questi titoli hanno messo a segno da inizio anno sulla spinta del Quantitative easing della Bce. Uno storno che segue un analogo (anche se più violento) movimento registrato dai Bund tedeschi. Non sono passate più di due settimane da quando i rendimenti dei titoli governativi tedeschi a 10 anni hanno toccato il loro minimo storico allo 0,07% e in molti già scommettevano sullo sfondamento al ribasso di quota zero.
Ciò tuttavia non si è verificato perché, al contrario, c’è stata una brusca inversione di rotta. Se a metà aprile la curva dei tassi era negativa fino alla scadenza dei 7 anni (col paradosso che chi avesse acquistato questi titoli avrebbe dovuto pagare una commissione invece che incassare un rendimento) oggi i tassi si sono riportati sopra quota zero dai cinque anni in su. Il rendimento a 10 anni è passato dal minimo dello 0,07% fino a un massimo dello 0,51%.
Non c’è un fattore specifico che ha innescato questa ondata di vendite. Per molti osservatori, come il capo della ricerca sul reddito fisso di Unicredit Erik Nielsen, ciò che è avvenuto non è altro che una violenta «normalizzazione» delle quotazioni di un mercato che l’euforia post-Qe aveva inflazionato in maniera eccessiva.

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