Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

«Atene sbaglia ma Berlino stia attenta O scatenerà una rivolta degli spiriti»

Professor Monti, come va a finire? 
«Il negoziato continua. È in evoluzione ora per ora. La posizione del governo greco, per quanto disordinata, sta cambiando: Atene è disposta ad accettare più cose di prima. E nell’Eurogruppo c’è una vasta disponibilità a riprendere in esame il dossier».
Ma la Merkel dice che bisogna aspettare il referendum.
«Il più rigido mi pare Schäuble».
Se lei dovesse scommettere, punterebbe sull’uscita della Grecia dall’euro, o contro?
«Il tentativo è offrire a Tsipras qualcosa di più, in modo da indurlo a passare dal no al sì al referendum. È possibile un accordo su basi diverse dal passato: meno privatizzazioni, meno disagio sociale, una lotta più forte all’evasione e alla corruzione. Tutti i sondaggi indicano che il sì è in rimonta. E che la grande maggioranza dei greci, tra il 70 e l’80%, non vuole il ritorno alla dracma. Io, oltre a un grande amore, ho una grande fiducia nel popolo greco».
Ma la Grecia non ha gravi responsabilità?
«Certo. Se la situazione è così complessa, la responsabilità è di Atene molto più che di Bruxelles: dei governi degli ultimi decenni, e anche di Tsipras e Varoufakis, che in pochi mesi con i loro comportamenti egocentrici hanno dilapidato il patrimonio di simpatia conquistato con la vittoria elettorale».
L’Europa però non ha certo dato prova di lungimiranza.
«Qui si fa confusione. La troika non vuol dire l’Europa. E non sono mai stato tanto convinto come ora di aver fatto bene a imporre all’Italia uno sforzo che ci ha evitato la troika».
È sicuro che valesse la pena fare sacrifici, senza veder migliorare le condizioni delle famiglie e delle imprese ?
«La troika significa umiliazione e politica neocoloniale. Noi l’abbiamo evitata. Nel novembre 2011 i tassi erano quasi all’8%. Oggi i tassi sono sotto controllo».
Grazie alla Bce di Draghi.
«Il presidente Draghi non avrebbe potuto fare quel che ha fatto, se l’Italia non avesse avviato le riforme strutturali, a cominciare da quella delle pensioni, e non avesse messo ordine nei conti. Sarebbe stato accusato di favorire il proprio Paese. È stato un lavoro di punta e di tacco: prima la Merkel, al consiglio europeo 2012, si persuade a dire che gli interventi di stabilizzazioni sono giustificati; poi viene il tacco della Bce, che avvia gli interventi».
Ma dove sono oggi i frutti dei sacrifici imposti dal suo governo, che hanno depresso l’economia?
«L’economia italiana cresce la metà rispetto ai Paesi dell’Eurogruppo da 15 anni. Non è stato il mio governo a deprimerla. Anzi, con le riforme che abbiamo avviato, proseguite dai miei successori, abbiamo posto le basi per la ripresa. Quelle cose non le abbiamo fatte perché ce le ha chieste l’Europa. Le abbiamo fatte nell’interesse e per la dignità dell’Italia. Le ricordo che siamo l’unico Paese dell’Europa del Sud, Francia compresa, a essere uscito dalla procedura d’infrazione».
Il partito di Berlusconi dà una versione molto diversa di quella svolta. Parla di una cospirazione internazionale per mettere lei al suo posto.
«Sono andato a riascoltarmi il videomessaggio di Berlusconi del 24 ottobre 2012. Dice testualmente che da questa sindrome rivelatasi paralizzante “siamo infine usciti con la scelta responsabile, fatta giusto un anno fa, con molta sofferenza ma con altrettanta consapevolezza, di affidare la guida provvisoria del Paese in attesa delle elezioni politiche al senatore e tecnico Mario Monti, espressione di un Paese che non ha mai voluto partecipare alla caccia alle streghe. Il presidente del Consiglio e i suoi collaboratori hanno fatto quel che hanno potuto, cioè molto…”».
Oggi c’è Renzi. Sta guidando o sta seguendo?
«Guidando?».
Professore, ci siamo capiti: l’Italia di Renzi ha un ruolo attivo, o va a rimorchio degli altri?
«Preferirei evitare di parlare di Renzi. Non ne ho titolo: non siedo ai tavoli della trattativa».
È il presidente del Consiglio. Avrà un’opinione su di lui.
«Posso dirle questo. Renzi ama ripetere che in Europa occorre meno burocrazia e più politica. È una frase di grande grossolanità. A quale politica si riferisce? Se politica significa andare ai vertici pensando solo agli interessi di casa propria, ai sondaggi, alle elezioni successive, allora di politica ce n’è fin troppa. Se i leader, e parlo in generale, si imprigionano nello schema delle 140 battute di un tweet, allora non sono leader, ma follower. Se pensano ai dibattiti tv, dove prevali se esprimi un concetto in dieci secondi, allora saranno i populisti a prevalere; perché in dieci secondi riesci a esprimere solo tesi populiste. Era anomalo che il consiglio europeo si occupasse soltanto delle crisi finanziarie, e non dei populismi nascenti. Ora la situazione è più pericolosa. Guai a privilegiare gli interessi nazionali. Serve un Kohl, capace di perdere le elezioni pur di salvare il disegno dell’euro, che i tedeschi non volevano».
Ora c’è la Merkel. Sta vincendo la partita? O la sta perdendo?
«La Merkel vince solo se tiene la Grecia dentro l’euro e favorisce l’accordo finale. Se invece si avesse la sensazione che la Merkel e Schäuble non hanno voluto l’accordo, in Europa ci sarebbe una rivolta degli spiriti, un tumulto delle anime: uno scenario drammatico, per l’Europa e per la Germania».
Appunto: se dall’euro la Grecia dovesse uscire, cosa accadrebbe?
«Come ha detto Draghi, sarebbe un’esperienza del tutto nuova per tutti. È difficile prevedere le reazioni dei mercati, se venisse meno la certezza dell’irreversibilità della moneta unica. Qualcuno potrebbe avere la tentazione di scommettere contro altri Paesi».
Contro l’Italia?
«No. Di questo sono certo: non sarebbe l’Italia l’anello debole della catena».
Quale allora?
«Spagna e Portogallo sono messe peggio di noi, che pure abbiamo un rapporto debito pubblico-Pil più alto. Ma pensiamo piuttosto a evitare questo scenario».
Resta il fatto che l’Europa non è stata all’altezza della situazione .
«Ma l’Europa non sta violando la democrazia greca, come non ha violato la democrazia italiana. Quelle che chiamiamo regole europee non sono fatte per il piacere di qualche burocrate, ma per i greci di domani, per gli italiani di domani; per impedire di continuare a fare debiti per stare meglio oggi, e fare poi stare molto peggio i nostri figli e nipoti. Sono certo che i greci lo comprenderanno, e daranno prova di aver compreso. E io conto di poter ripetere quel che dissi nell’estate 2011, e che ora mi viene rinfacciato».
Si riferisce al video, oggetto di ironie in Rete, in cui lei indica nella Grecia il maggior successo dell’euro?
«Lo dissi da Gad Lerner. E sono convinto che presto potrò rivendicarlo: senza il pungolo della moneta unica, la Grecia non si sarebbe mai messa sulla via delle riforme per sconfiggere la corruzione, il clientelismo, l’evasione fiscale, e rendere il proprio sistema economico moderno e competitivo. Lo stesso concetto, ovviamente in una scala e in una situazione diverse, vale per l’Italia. Se vogliamo la ripresa, quella vera, anche gli italiani devono cambiare i loro atteggiamenti».
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Intervista ad Alessandro Vandelli. L'uscita dopo 37 anni nel gruppo. I rapporti con gli azionisti Un...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

I gestori si stanno riorganizzando in funzione di una advisory evoluta che copra tutte le problemati...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Non far pagare alle aziende i contributi dei neo assunti per due anni. È la proposta di Alberto Bom...

Oggi sulla stampa