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Atene rinvia il pagamento al Fmi Tre settimane per trovare un accordo

Il 29 maggio il primo ministro greco Alex Tsipras ha ricevuto una lettera dal Fondo monetario internazionale. Poche righe e un’apertura politica: se il 5 giugno non ce la fate a restituirci la rata di 312 milioni, potete accorparla con le altre tre e pagare il totale di 1,57 miliardi di dollari entro la fine del mese. Proposta accolta ieri, fa sapere in tarda serata il portavoce dell’Fmi, Gerry Rice, con una nota ufficiale e chiudendo una giornata di grande confusione e di contraddizioni sempre più evidenti nel governo di Atene. 
In mattinata il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis aveva affermato che oggi la Grecia avrebbe puntualmente saldato la tranche del debito. Stesso risultato con una verifica diretta. Interpellato al telefono nel pomeriggio, il ministro dell’Economia Giorgos Stathakis rispondeva: «Domani (oggi per chi legge ndr ) verseremo la rata di 300 milioni, come previsto. Prima vogliamo un accordo globale e poi possiamo discutere su come rimborsare il Fondo monetario».
Ma, evidentemente, Tsipras è di un’altra opinione e con il rinvio a fine giugno guadagna altre tre settimane pulite di negoziato, sgombrando il calendario da scadenze rischiose. La trattativa ha già fatto un salto di qualità negli ultimi giorni con il coinvolgimento diretto dei leader europei. C’è il senso dell’urgenza, come testimonia l’inedito colloquio telefonico nella notte tra lo stesso Tsipras, il presidente francese Francois Hollande e Angela Merkel. La cancelliera tedesca ha preso l’iniziativa consapevole, come ha detto in un’intervista al Tg1, che «la Grecia è quasi al termine del secondo programma di aiuti… e il tempo stringe». Merkel si dichiara «fiduciosa sulle possibilità di accordo» anche se «dopo le ultime elezioni, la Grecia è tornata indietro».
Stasera Tsipras riferirà in Parlamento, dove lo attende la reazione rabbiosa di Syriza, il suo partito. I dirigenti più in vista stroncano lo schema messo a punto dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker su imposte indirette, previdenza e liberalizzazioni. Una battuta per tutte, quella del deputato Alexis Mitropoulos: «La proposta di Bruxelles è omicida». Altri tornano a parlare di elezioni anticipate o di referendum pro o contro il piano Juncker.
Stathakis, sessantunenne professore di economia, rappresenta l’ala più pragmatica dell’esecutivo. Chiede di ragionare. Comincia col registrare qualche progresso: «I creditori (Fmi, Bce e Commissione europea ndr) hanno accantonato la richiesta di licenziare le persone. Le posizioni si sono avvicinate anche sul tema dell’avanzo di bilancio. Penso che alla fine troveremo un accordo su un surplus dell’1% per il 2015, dell’1 e qualche decimale per il 2016 e del 3,5% per il 2017 e il 2018». Ma poi anche lui confessa di essere «molto preoccupato»: «Rimangono ancora tre aeree di aspro contrasto. Ci chiedono di recuperare una somma equivalente all’1% del prodotto interno lordo aumentando l’Iva e un altro 1% tagliando le pensioni. Inoltre vogliono la piena liberalizzazione di alcuni mercati, dai trasporti al latte. In alcuni casi si può fare, in altri no. Onestamente non so se supereremo questi ostacoli» .
Viste da Atene le condizioni fissate dai «creditori», l’ex troika, sono oggettivamente pesanti: drenare il 2% di ricchezza significa togliere ai cittadini (consumatori o pensionati che siano) altri 5 miliardi di euro in soli sei mesi, in un Paese in cui, dal 2010, il reddito medio delle famiglie diminuisce dell’8-9% ogni anno. Cifre al limite della sostenibilità economica e forse anche politica.
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