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Atene, più liquidità di emergenza dalla Bce

Mario Draghi regala un altro po’ di ossigeno alla Grecia. La Banca centrale europea ha deciso ieri di alzare di 1,1 miliardi a 80 miliardi le linee di emergenza a disposizione delle banche elleniche. In pratica l’ultimo canale di finanziamento rimasto ad Atene che non può chiedere soldi sui mercati (se non rinnovando titoli in scadenza) e non riceve prestiti dalla Troika dallo scorso ottobre. Non solo: il board di Eurotower ha rinviato la delicatissima decisione – sollecitata dai falchi nel suo consiglio – su un possibile taglio del valore delle garanzie messe sul piatto dagli istituti nelle richieste di liquidità a Francoforte. Scelta che avrebbe messo ko l’intero sistema creditizio nazionale accelerando la corsa verso il default.
Il ramoscello d’ulivo della banca centrale è però solo un zuccherino. Le casse di Atene sono vuote e – senza un accordo in tempi brevissimi con Bce, Ue e Fmi – il Governo Tsipras potrebbe avere problemi anche a pagare gli stipendi e le pensioni a fine mese. La prova più lampante delle difficoltà dell’esecutivo su questo fronte è la formula con cui è stato ripagato ieri un prestito da 760 milioni del Fondo Monetario. La scadenza è stata onorata grazie a 650 milioni messi a disposizioni dallo stesso Fmi, che ha consentito all’esecutivo di usare un deposito vincolato a Washington. Conto che dovrà essere in ogni caso ripristinato entro 30 giorni.
«Rischiamo di finire i soldi in due settimane », ha ammesso il ministro alle finanze Yanis Varoufakis. Il provvedimento di confisca della liquidità degli enti locali ha portato in cassa per ora solo 600 milioni. E la montagna del debito pubblico (318 miliardi, di cui 270 verso l’ex Troika) e delle sue scadenza obbliga ormai la Grecia a grattare il fondo del barile per onorare i suoi impegni. Senza riuscire peraltro a diminuire di un centesimo la sua esposizione con i creditori.
Il meccanismo di questa macchina mangiasoldi è infernale: la Bce aumenta le linee di emergenza alle banche (anche per coprire la fuga di capitali dai conti correnti) e le banche utilizzano questi soldi per comprare i titoli di stato – ormai lo fanno solo loro – o per finanziare gli enti locali che a loro volta devono girare i fondi allo Stato per poi farli tornare verso Fmi, Ue o Bce. Dei 240 miliardi di prestiti garantiti con i due piani di salvataggio solo l’11% è arrivato davvero ai cittadini ellenici secondo il think tank Macropolis. Il resto è servito a pagare i creditori, salvare le banche commerciali tedesche e francesi sfuggite ai guai della Grecia e a ricapitalizzare le banche nazionali. Un circolo vizioso. «Viviamo come Sisifo, costretti a portare la pietra in cima alla montagna solo per vederla poi scivolare a valle sull’altro crinale», ha detto amareggiato il vicepremier Yannis Dragasakis. Andrà avanti così fino a quando non si troverà una soluzione definitiva al suo debito.
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