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Atene in crisi, i bond a tre anni fino al 18%

Il tour per le capitali europee in cui è impegnato il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis sta scandendo il ritmo sui mercati finanziari. In senso positivo nei primi giorni di questa settimana: sulla spinta delle proposte di rinegoziazione del debito pubblico avanzate dal ministro la Borsa di Atene in tre giorni ha guadagnato oltre il 17% mentre la pressione sui titoli di Stato si è attenuata. Quando però Varoufakis ha fatto tappa in Germania, per incontrare Mario Draghi a Francoforte e il suo omologo Wolfgang Schäuble a Berlino (vedi articolo a pag.2), sono arrivate le cattive notizie che hanno smontato l’euforia dei primi giorni. 
Ieri c’è stata una netta inversione di tendenza rispetto all’avvio di settimana. Il rendimento del titolo decennale greco ieri è balzato oltre l’11% in avvio di seduta per chiudere gli scambi a quota 9,95 per cento. Analoghi smottamenti hanno registrato i titoli a scadenza più breve. La curva dei rendimenti resta invertita: i tassi a tre anni (ieri balzati oltre il 18% per poi chiudere a quota 16,81%) rendono di più del decennale, chiaro segnale dei timori del mercato sulla possibile insolvenza del Paese. Pesanti vendite anche in Borsa: l’indice Athex Composite ha perso fino al 9% per poi chiudere in calo del 3,37 per cento. L’indice settoriale bancario è arrivato a perdere oltre il 20% nei primi scambi per poi chiudere con un saldo negativo di 10 punti percentuali.
Le cattive notizie che hanno provocato questa inversione di tendenza sono iniziate nella tarda serata di mercoledì quando la Bce ha deciso di escludere i titoli di Stato greci dai “collaterali” (garanzie) per le operazioni di rifinanziamento all’Eurotower. Una mossa che mette all’angolo i disastrati istituti di credito greci e lo stesso governo Tsipras. Lo scorso anno le banche greche hanno raccolto ben 56 miliardi dal “rubinetto Bce” e ora non potranno più accedervi portando come garanzia titoli di Stato greci che hanno in portafoglio.
La stretta Bce poi mette le banche nella scomoda posizione di dover dipendere dal canale di emergenza. La cosiddetta “Emergency liquidity assistance”, linea di credito che dovrebbe servire per tamponare temporanei problemi di liquidità, e che la Bce autorizza con cadenza bisettimanale. Con i voti di due terzi del direttivo l’Eurotower può anche decidere lo stop a questo canale di finanziamento. Ma si tratterebbe di una decisione da ponderare con attenzione perché, se attuata, rischierebbe di provocare di fatto l’uscita della Grecia dall’euro. Tra dicembre e gennaio, secondo alcune stime ufficiose, c’è stata una corsa agli sportelli che ha alleggerito i depositi di 15 miliardi di euro. Senza il paracadute della liquidità Bce c’è il rischio che le banche possano trovarsi da un giorno all’altro incapaci di far fronte alle richieste della clientela. A quel punto l’unica opzione sul tavolo sarebbe la stampa di nuova moneta da parte della Banca centrale greca. Un ritorno alla dracma che nei fatti sancirebbe l’incubo «Grexit».
Questo scenario per il momento non appare probabile (e neppure auspicabile). La Bce avrebbe concesso fino a 60 miliardi alle banche greche attraverso il canale Ela. Di questi circa 50 andranno a rimpiazzare i prestiti attualmente contratti da queste con sottostante titoli di Stato greci (dall’11 febbraio non più accettabili). La restante cifra servirà a far fronte ad eventuali ulteriori problemi di liquidità. Questa notizia spiega perché Borse e bond abbiano riassorbito le perdite della mattinata.
C’è peraltro da dire che la mossa Bce non esclude le banche greche dal finanziamento ufficiale alla Bce. Queste – fanno notare gli analisti di Credit Suisse – possono benissimo scegliere di presentare altri titoli in garanzia. Ad esempio i circa 38 miliardi di bond Efsf che hanno in portafoglio. Certo resta un problema per il governo Tsipras. Ora che i titoli greci sono inutilizzabili, chi comprerà i Tbill a breve scadenza con cui Atene ancora si finanzia? La scarsa domanda all’asta di mercoledì sono un serio campanello d’allarme.
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