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Atene, il caos alle porte Così l’economia tedesca si prepara «al peggio»

Quasi quattro mesi dopo l’elezione di un governo di sinistra radicale in Grecia (lo scorso 25 gennaio), l’unica cosa certa è che la sfiducia dei creditori nella volontà dell’esecutivo di Atene di trovare un compromesso è massima. «Io sono molto pessimista — dice un alto funzionario tedesco —. Senza una svolta politica a U del governo greco, niente accordo. Non credo che la svolta ci sarà e, dunque, nemmeno l’accordo. Ci dobbiamo aspettare sviluppi caotici nelle prossime settimane». 
Questa non è probabilmente l’opinione di tutti i Paesi dell’Eurozona. Però è quella prevalente nel maggiore creditore di Atene, sulla quale le istituzioni tedesche costruiscono strategie e tattica. A Berlino, a Francoforte, nelle organizzazioni degli imprenditori, nelle banche nessuno vuole figurare come il responsabile di un’intransigenza che ostacola i negoziati: ieri, Angela Merkel, incontrando il presidente francese François Hollande, ha detto che in settimana vedrà il premier ellenico Alexis Tsipras per capire se ci siano «possibilità per uno sviluppo delle conversazioni». In privato, però, in Germania l’analisi della situazione è tutto meno che positiva. Per capire quale sia esattamente, il Corriere ha sentito una serie di soggetti coinvolti nel negoziato con Atene, pubblici e privati, garantendo loro l’anonimato in cambio della chiarezza.
Al momento, l’unica fonte di finanziamento di Atene è la Banca centrale europea (Bce) attraverso la liquidità di emergenza (Ela), ora a 80 miliardi: si tratta del denaro che l’istituzione guidata da Mario Draghi dà alla Banca centrale greca (in cambio di titoli a garanzia) per comprare bond del governo, che così incassa. In media, il tetto viene alzato di due miliardi la settimana. Una lettura stretta della situazione — dicono in Germania — avrebbe già bloccato questo meccanismo di finanziamento, per tre ragioni: è dubbio che in prospettiva le banche greche siano solventi; la Ela è per definizione temporanea ma in realtà non si sa quanto andrà avanti; i collaterali dati in garanzia (titoli greci) alla Bce non sono abbastanza solidi. A Berlino è chiaro che, se la Bce bloccasse la Ela, Atene andrebbe incontro a un default in pochi giorni. Però, ci si domanda fino a quando questa situazione possa durare. Soprattutto, ci si rende conto che, essendo la liquidità di emergenza il solo alimento delle casse elleniche, la responsabilità che è finita sulle spalle della Bce è enorme. Cosa succederebbe se Atene non riuscisse a onorare il pagamento di una rata del suo debito? La Bce continuerebbe a finanziarla? Sarebbe in un dilemma serissimo.
Pare che alcuni governi europei e, soprattutto, la Commissione Ue, abbiano preparato piani per tenere aperto il canale Ela o comunque aiutare Atene. Uno prevede un prestito effettuato in forma di titoli emessi dall’Esm, lo European Stability Mechanism (fondo salva Stati), con i quali la Banca centrale greca comprerebbe poi bond del governo. Senza un chiaro programma di riforma ad Atene — dicono a Berlino — questa soluzione non è data: il fondo salva Stati è per salvare i Paesi in difficoltà, non per fare regali. Un altro, pare preveda che alla Grecia vengano versati 3,2 miliardi, cioè i profitti realizzati in questi anni dal sistema europeo delle banche centrali con l’acquisto di titoli ellenici. Le banche centrali e la Bce, però, non possono dare denari a un Paese, sarebbe un finanziamento monetario diretto, vietato dai Trattati. Potrebbero dare i profitti ai loro governi, i quali poi li passerebbero ad Atene: il problema è che quei profitti le banche centrali li hanno messi a copertura dei prestiti fatti al governo greco, se se ne liberassero finirebbero nei guai.
La situazione, insomma, è critica. Persino il cosiddetto Piano B — cioè misure di emergenza in caso di default di Atene, come l’introduzione di controlli sui movimenti di capitale e la chiusura delle banche, in attesa di trovare una soluzione all’ultimo minuto — non lo possono eseguire gli europei. «Solo Atene può decidere passi del genere», dice un funzionario. «All’orizzonte ci sono solo cattive soluzioni — sostiene un banchiere —. Quella buona, una svolta ad Atene, non sembra essere nelle carte». In questo quadro, a Berlino si vedono due esiti. O la Grecia viene finanziata in qualche modo piegando le regole dell’Eurozona: passo pericoloso per il futuro dell’euro. Oppure Atene lascia l’euro perché la Bce prima o poi non sarà più in grado di sostenerla. Scenario intermedio al cardiopalma: il governo ellenico fa un referendum «dentro o fuori» per chiedere ai greci cosa vogliono. La domanda delle domande, dunque, anche in Germania è: se la Grecia lascia l’euro, cosa succede? «Non credo che i mercati attaccherebbero subito il Portogallo — dice un alto funzionario —. Le norme di stabilità andrebbero però rafforzate, per evitare attacchi successivi ai Paesi deboli: potrebbe essere positivo, ma la pressione su alcuni governi sarebbe molto forte». Nell’attesa, la Germania vede caos all’orizzonte.
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