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Atene, Fmi resta fuori senza tagli al debito Syriza, scontro finale

La strada per il salvataggio della Grecia è ancora in salita. Il Fondo monetario internazionale si sarebbe sfilato (per ora) dal nuovo piano di aiuti per Atene mentre Alexis Tsipras ha proposto al comitato centrale di Syriza un referendum interno ad altissimo rischio da tenersi domenica prossima per provare a placare la rivolta dell’ala radicale del partito. Proposta poi caduta perché il comitato centrale del partito, in tarda nottata, ha scelto di tenere un congresso straordinario il prossimo settembre.
Il parziale disimpegno di Washington è emerso in alcuni documenti interni in cui i tecnici Fmi ribadiscono come l’indebitamento eccessivo del Paese e l’incapacità dei suoi governi di rispettare gli impegni con le istituzioni rendano impossibile per ora la partecipazione al terzo programma di sostegno finanziario da 83 miliardi. Il Fondo parteciperà ai negoziati per tutelare i suoi interessi ma deciderà solo più avanti se rimettere mano al portafoglio. Il problema è serio: Berlino ha infatti ribadito più volte che senza Washington il piano di aiuti non partirà e per Atene tornerà a materializzarsi lo spettro del default. Sempre la Germania, perlatro, e questa volta attraverso il ministro delle Finanze Schaeuble – secondo quanto riferisce il quotidiano Faz – sta studiando un piano di ridimensionamento dei poteri della Commissione europea.
Il potenziale disimpegno di Lagarde non è però in questo momento il problema principale di Tsipras, impegnato a difendersi dal fuoco amico in arrivo dalle file di Syriza. Ben 39 deputati hanno votato no in Parlamento all’intesa con Ue, Bce e Fmi. Piattaforma di sinistra, l’ala radicale del partito, ha preparato un piano per l’uscita dall’euro e il premier ha rotto gli indugi affrontando il dissenso ieri in un tesissimo comitato centrale. Il primo ministro aveva messo sul tavolo la sua proposta per fare chiarezza: un congresso straordinario a settembre (dove potrebbe rieleggere i delegati scegliendo tra i suoi fedelissimi) o un referendum già questo fine settimana tra i membri del partito cui chiedere un sì o un no all’accordo con l’ex-Troika. «Qualunque sia il risultato — ha detto — chi perde dovrà adeguarsi al voto». Come dire che i dissidenti dovranno sostenere il governo in Parlamento o lasciare i loro seggi, consentendo a Tsipras di tenere in vita l’esecutivo con Anel, esorcizzare il rischio elezioni e non dover contare sulle opposizioni per l’ok ai provvedimenti in aula. «Viviamo nella giunta dell’euro, in Grecia non c’è più democrazia», ha detto Panagiotis Lafazanis, leader della Piattaforma di Sinistra. Il suo obiettivo era convocare un Congresso immediato in modo che Tsipras non potesse modificare la composizione del Comitato centrale. Ben 109 dei 200 componenti dell’organismo hanno firmato il 13 luglio un documento contro il compromesso con le istituzioni. E malgrado 17 dimissioni annunciate ieri, i ribelli sono convinti di poter controllare la maggioranza, costringendo Tsipras ad abbandonare le trattative. A quel punto, le banche sarebbero nazionalizzate e si userebbero le riserve della Banca di Grecia per garantire stipendi e pensioni durante la transazione a una nuova valuta nazionale.
Tsipras oggi risponderà in Parlamento sulle accuse al piano B di Yanis Varoufakis mentre il ministro delle finanze Euclid Tsakalotos e quello dell’economia George Stathakis incontreranno i vertici dell’ex Troika. L’obiettivo è arrivare a un’intesa entro il 20 agosto, quando scadrà un nuovo prestito da 3,5 miliardi della Bce. Se, come temono in molti, non si farà in tempo a mettere nero su bianco l’accordo per allora, Bruxelles potrebbe garantire ad Atene un nuovo prestito ponte.
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