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Atene fa tremare le Borse e l’euro

Si capirà solo oggi il giudizio che i mercati hanno dato all’esito del vertice informale del Consiglio europeo tenuto ieri a Bruxelles. Certo è che, nell’attesa, ieri gli operatori hanno inviato un chiaro messaggio ai leaders del Vecchio Continente: non è tanto l’uscita in sè della Grecia dall’euro a farci paura, quanto i suoi effetti e le incertezze sul futuro di Eurolandia. Così, dopo un rimbalzo durato due giorni – generato esclusivamente da spinte speculative di breve respiro – ieri sui listini è riapparsa la paura. Tradotto: via dagli asset rischiosi e acquisti sui beni rifugio. L’euro è così sceso ai minimi da quasi due anni, i panieri azionari del Vecchio continente hanno chiuso in pesante rosso (Milano è tornata sui minimi dal 2009), e i prezzi dei “porti sicuri”, bund tedeschi in primis, hanno registrato nuovi record.
L’euro cade ai minimi 2010
L’intera seduta è stata contrassegnata da uno stillicidio di dichiarazioni sia a sostegno della permanenza di Atene nella moneta unica che contro questa prospettiva. Una vera bomba la sgancia – neppur troppo subdolamente – l’ex premier greco Lucas Papademos: «Non si può escludere un piano che preveda l’uscita della Grecia dall’euro», dice. Ma a deprimere ancor più gli investitori è la Bundesbank. La teutonica banca ammonisce Atene: se non manterrà gli impegni sulle riforme «dovrà sopportarne le conseguenze». Non solo, in mattinata si diffonde una duplice notizia: da un lato l’istituto centrale tedesco e la Bce stanno allestendo ognuno un’unità di crisi per gestire l’eventuale rentrée della Dracma; dall’altro, è stato concordato l’avvio di un piano di emergenza nei singoli stati per gestire l’uscita della Grecia dall’Emu. Insomma, notizie su notizie che, ovviamente, pesano sugli indici, i quali aggiungono perdite alle perdite. A poco servono le smentite (di circostanza) da Atene e Bruxelles. Il pessimismo si trasferisce così sull’euro, che scende a quota 1,2585 contro il dollaro, il minimo dal 24 agosto 2010.
Le borse e lo spread
Come in un diabolico effetto domino, le vendite contagiano i listini azionari, che in una giornata bruciano quasi 140 miliardi di capitalizzazione. Solo a Piazza Affari, appesantita da un comparto bancario preso a sassate, i miliardi in fumo sono 11,7 pari a un calo del Ftse Mib del 3,68%, sceso sotto i 13mila punti. Ma male vanno anche gli altri indici: Francoforte cade del 2,33%, Madrid del 3,31%, Parigi del 2,62%, Londra del 2,53%. La fuga dall’Eurozona è certificata anche dal calo dei prezzi dei titoli governativi periferici. Lo spread tra i BTp italiani e i Bund tedeschi sale da 411 a 428 punti base sulla scadenza decennale, mentre quello tra la carta spagnola e tedesca tocca i 482 punti dai 462 del giorno precedente. Colpa certo dell’ulteriore apprezzamento del Bund, il cui rendimento è sceso sotto quota 1,4% sul decennale. Ma anche «del nervosismo per un eventuale effetto contagio dalla Grecia agli altri Paesi più fragili», spiega un analista. Al tonfo poi contribuisce l’immancabile analisi di Fitch. L’agenzia di rating denuncia un calo dell’attenzione degli investitori verso il debito spagnolo e italiano. Secondo gli analisti, gli investitori privati esteri nel 2008 detenevano il 60% di titoli iberici, quota che è calata al 34% nel primo trimestre 2012. Per l’Italia si è scesi dal 50% al 32%. Anche in questo caso arriverà in serata la risposta di Vittorio Grilli («Non ho questa percezione», dirà il viceministro all’Economia). Va detto infine che ci sono anche motivazioni puramente tecniche dietro il saliscendi di questi giorni. «Il rialzo delle sedute recenti – dice Luca Barillaro, consulente indipendente di Piazza Affari – era stato causato non da acquisti di lungo periodo, bensì da ricoperture delle posizioni corte di chi aveva scommesso sul precedente ribasso. Venuta meno quest’operatività “tecnica”, la Borsa, in uno scenario caratterizzato da bassi volumi, è ulteriormente scivolata».

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