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Atene a rischio uscita piano Draghi per l’euro blindare le banche e cessione di sovranità

UN TERRIBILE senso di ineluttabilità sta scendendo sulla Grecia, il suo governo e chi in Europa cerca un appiglio per non perdere il Paese. C’è sempre meno tempo e quasi nessuno ormai pensa che sarà usato bene. Dal tentativo di salvare Atene, l’area euro si prepara già a passare a tappe forzate a un progetto di blindatura delle proprie istituzioni per salvare se stessa dalle ricadute della prima secessione della sua storia.

La stessa Banca centrale europea è convinta che sia tempo di prepararsi all’impatto di una rottura, perché niente oggi permette di escluderla. Dall’euforia delle prime settimane di Alexis Tsipras, vissute come vera e propria liberazione nazionale dalla troika, la società greca sembra ormai in piena transizione verso il caos. Moltissimi hanno smesso di pagare le rate del mutuo, le scadenze del fisco o anche semplicemente l’affitto, dapprima per emulazione verso un governo eletto sulla promessa di rinnegare i propri debiti, ma ora per incertezza, povertà, senso che le regole del vivere comune a questo punto sono sospese.
Gradualmente, ma visibilmente, la più antica nazione d’Europa sta scivolando via. Paradosso è una parola greca ed è esattamente ciò che Tsipras ha prodotto con il suo rifiuto delle politiche europee da lui accusate danneggiare la società. Il governo rigetta quelle politiche, dunque si trova tagliato fuori da nuovi prestiti e deve requisire denaro ovunque, con il risultato di svuotare e paralizzare il resto del Paese. Sta rastrellando la cassa delle municipalità, di società statali, fondi pensione, ospedali pubblici. Come nota Silvia Merler di Bruegel, nel primo trimestre di un anno fa lo Stato ellenico aveva versato 500 milioni alle imprese fornitrici, ma nel primo trimestre di quest’anno ne ha pagati solo 43. Per sopravvivere finanziariamente, il governo non esita a sequestrare il poco di ossigeno che rimaneva a tutto il resto dell’economia.
È uno smottamento che può ancora essere fermato, solo che non è detto che lo sarà. Di questo passo, è questione di settimane prima che improvvisamente in un week-end vengano annunciati severi limiti al ritiro di contante dalle banche e al trasferimento di fondi all’estero. Milioni di greci rischiano di trovarsi a corto di mezzi di pagamento e lo stesso governo può dover pagare gli stipendi o le pensioni con cambiali, il cui valore crollerebbe poche ore dopo l’emissione. L’uscita dall’euro, se mai avvenisse, non sarebbe un taglio netto ma la traversata di una lunga zona grigia durante la quale l’ordine pubblico minaccia di collassare. Verrebbero a mancare il credito estero e una valuta internazionalmente accettata per comprare medicinali, strumenti ospedalieri, metano, petrolio. Per ora le piazze di Atene sono vuote, ma l’accordo (riservato) da 500 milioni che il governo ha concluso per le navi da guerra americane P-3B Orion ha un significato preciso: Tsipras spende in armamenti più del doppio di quanto impieghi contro la «crisi umanitaria» perché non è certo di avere la fedeltà dell’esercito, quindi intende comprarsela.
Niente è perduto, ma in queste condizioni l’area euro deve pensare a proteggere se stessa nel caso in cui tutto in Grecia continui così. Per dare subito ai mercati il segnale che l’impianto dell’euro è saldo anche se perde un pezzo, non basta che la Bce intensifichi il ritmo degli interventi sui titoli di Stato degli altri Paesi, come qualcuno pensa già di fare. Mario Draghi, il suo presidente, propone anche qualcos’altro: è almeno dall’inizio dell’anno che insiste sul fatto che la moneta unica ha bisogno di istituzioni federali più forti, credibili e vincolanti. Già oggi il Trattato europeo contiene l’opzione di un emendamento per separare più chiaramente la Bce, che fa politica monetaria, dal sistema europeo di vigilanza bancaria. Ma affrontare una modifica del genere può diventare l’occasione per ulteriori adattamenti dell’architettura dell’euro che, del resto, in parte sono già previsti: accelerare un fondo comune per gestire la liquidazione delle banche fallite, e magari un fondo europeo di garanzia sui depositi; alcuni pensano anche a uno strumento dell’area euro che possa emettere obbligazioni sul mercato per finanziare progetti specifici: un embrione di bilancio comune. Draghi e altri al vertice di Eurolandia sono convinti che questi passi avanti diventeranno necessari per rendere la moneta unica più solida e credibile. Ma sia il presidente della Bce che il governo tedesco li accetterebbero solo in cambio di una chiara cessione di sovranità da parte di tutti, Francia e Italia incluse, sulle riforme da fare, e su come e quando farle.
Senza volerlo, la Grecia sta costringendo la zona euro a guardarsi allo specchio. Vedersi compiuti, sani e sicuri dopo aver perso Atene, specie in Italia, sarebbe l’ultima delle illusioni.
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