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Astm, effetto Covid alle spalle «Sul tavolo il ritorno alla cedola»

Il socio Ardian che si rafforza e i numeri del terzo trimestre che tornano a girare e recuperano i livelli del 2019. Abbastanza per far tornare sul tavolo dei manager l’ipotesi di staccare la cedola. Nel mezzo il dossier Autostrade per l’Italia, «eventualmente da valutare», e le ambizioni di crescere ancora in Brasile e Nord America, nonché quella di sbarcare sull’Ftse Mib di Piazza Affari. Astm, holding infrastrutturale che fa capo alla famiglia Gavio e al fondo di private equity, sa di poter affrontare l’autunno, pieno di incognite stante lo scenario pandemico in costante evoluzione, con le carte in regola per archiviare un 2020 con ricavi non distanti dall’esercizio precedente. «L’ebitda del secondo semestre sarà molto vicino a quello dello stesso periodo del 2019», ha sottolineato l’amministratore delegato, Umberto Tosoni, in questo colloquio con Il Sole 24 Ore, dove oltre che sui numeri il manager, già numero uno di Sias e divenuto ceo di Astm con la recente fusione tra le due società, ha voluto porre l’accento sul ruolo fondamentale che la tecnologia avrà per mantenere in salute le infrastrutture.

Ardian ha appena acquistato un 1,6% diretto in Astm, dobbiamo aspettarci che cresca ulteriormente e che muti sensibilmente la fotografia dell’assetto azionario della società?

Ardian è un socio che ha fatto un investimento molto importante in Italia e continua a crederci. Per questo ha deciso di cavalcare un’opportunità di mercato apprezzando come Astm sta reagendo e ha reagito alle dinamiche avverse del Covid-19. Di fatto, anche grazie alle azioni immediatamente intraprese in avvio di lockdown, abbiamo già recuperato in termini di ricavi quasi tutto il gap che ci separava dal 2019 tanto che ci aspettiamo un ebitda del secondo semestre assai vicino a quello dell’anno passato. Nonostante questo il titolo viaggia a livelli assai bassi: anche solo utilizzando il metodo Book Value il valore è nettamente superiore a quanto quota oggi. È un asset da acquistare e questo ha fatto Ardian. Ma, come abbiamo detto anche in passato, vogliamo lasciare un flottante importante sul mercato, perché vogliamo essere una realtà internazionale e perché puntiamo ancora all’ingresso nel Ftse Mib.

Questi numeri in ripresa potrebbero farvi ripensare la strategia sul dividendo, che in piena emergenza Coronavirus avete cancellato?

Nel 2019 abbiamo registrato ricavi aggregati per 2,3 miliardi e nel 2020 ci avvicineremo molto a quella cifra, l’ebitda del secondo semestre sarà tendenzialmente in linea con quello del passato esercizio, l’utile netto dell’anno è atteso in crescita di oltre il 35% e l’indebitamento scenderà del 40%, peraltro con investimenti in salita del 30%. Di fronte a questi numeri è logico riflettere su quanto deciso mesi fa, quando la cedola fu congelata. All’epoca c’erano ragioni anche etiche, non era opportuno distribuire un dividendo in quel momento, non si aveva una visione sul futuro. Piuttosto, era prioritario pensare alla società e così abbiamo fatto. E i risultati oggi ci danno ragione.

Ma la cedola eventualmente sarà in linea con quelle passate?

La nostra politica di dividendo non è mutata, di conseguenza qualsiasi riflessione sul pagamento verrà riconsiderata in quell’ottica.

Atlantia ha avviato il processo per la scissione di Autostrade per l’Italia. Avete valutato di entrare nel capitale della società una volta che sarà quotata?

Autostrade per noi non è mai stato un obiettivo, continuiamo a guardare all’estero. È chiaro però che, essendo noi un operatore industriale chiave del paese, se dovessero mettere sul mercato degli asset li valuteremo. Noi, d’altra parte, facciamo questo di mestiere, i concessionari: sul processo di scissione non possiamo incidere ma le gare ci piacciono e il nostro ruolo è parteciparvi.

Ha accennato alla crescita all’estero, quale logica vi guida?

Il nostro piano industriale e di sviluppo ha messo al centro le concessioni. Le attività, come le costruzioni e la tecnologia sono ancillari ma comunque indispensabili alla nostra logica di business che ci vede protagonisti lungo l’intera catena: realizziamo l’asset partendo da greenfield e lo gestiamo creando il maggior valore possibile. In questo percorso, per esempio, la tecnologia è centrale. Vogliamo realizzare infrastrutture intelligenti che siano in grado di dirci tanto, in primis sullo stato di salute dell’opera, grazie a sensori e algoritmi che ci permettono di mantenere costantemente monitorato l’asset per intervenire in maniera predittiva. D’altra parte già dal 2016 ragioniamo su un piano di investimenti che guarda alla mobilità proiettata nell’arco dei prossimi 20-30 anni. In quest’ottica vogliamo investire in due aree: Nord America e Brasile. Il Brasile, rispetto al contesto italiano che è molto statico e non valorizza sempre le capacità tecniche e industriali degli operatori, è un paese molto dinamico. Basti pensare che nei prossimi due anni verranno messi a gara 10 mila chilometri di rete autostradale. In Nord America, di fatto, ci stiamo muovendo come in Sud America, e siamo già prequalificati in due gare e ci stiamo preparando alla terza: la realizzazione di una metropolitana leggera da Miami all’aeroporto.

Recentemente però avete anche rilevato il 19,3% del Traforo del Frejus dagli enti locali piemontesi per 272 milioni di euro.

È un’operazione che forse è passata troppo in sordina. Ci siamo aggiudicati quella quota con soddisfazione per entrambe le parti: noi crediamo molto nell’asset, siamo saliti al 67% e siamo convinti che ci siano ampi margini per efficientare ulteriormente la struttura societaria. Inoltre prevediamo un importante incremento del traffico. Gli enti pubblici, tra cui il Comune di Torino, hanno invece potuto beneficiare di una plusvalenza importante.

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