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Aste BTp, rendimenti in rialzo

L’Italia paga un po’ di più, ma è sempre in grado di trovare sul mercato acquirenti per il proprio debito. La temuta asta del Tesoro di ieri non ha rappresentato certo una sorpresa da questo punto di vista: si sapeva, complice la fase di incertezza politica che attanaglia il nostro Paese e la tendenza generalizzata al rialzo dei tassi, che i rendimenti sarebbero cresciuti rispetto al mese precedente; si sperava, e si immaginava comunque, che le richieste da parte degli investitori a caccia di buone occasioni per impiegare il denaro non sarebbero mancate.
Così il Tesoro è riuscito a piazzare 4 miliardi di euro del nuovo BTp triennale (scadenza 2016) a un tasso del 2,72%, il più elevato dall’ottobre 2012, 1,5 miliardi di euro di titoli a 15 anni al 4,88% (era il 4,7% a giugno) e due tranche di CcTeu con scadenza aprile e novembre 2018 per un importo complessivo di 2 miliardi e tassi rispettivamente del 2,48% e del 2,56 per cento. Le richieste sono state in crescita per il benchmark triennale (1,5 volte l’offerta, erano state pari a 1,3 volte il mese precedente) e leggermente inferiori per il titolo a 15 anni (1,4 contro 1,7 il bid-to-cover), quindi tutto sommato nella norma.
Se il temuto impatto degli sviluppi della vicenda Berlusconi non è stato poi così rilevante, non si può però neanche dire che l’Italia abbia passato del tutto indenne l’impegnativa due giorni di emissioni. Ieri infatti il distacco con la Germania è rimasto sostanzialmente invariato (253 punti base sul decennale), ma è ancora una volta cresciuto quello con la Spagna. Il BTp 10 anni ha chiuso al 4,53% e il Bono con la stessa durata al 4,46%, i punti di differenza sono dunque diventati sette: la forbice Roma-Madrid si sta allargando e viaggia ai massimi degli ultimi 18 mesi.
Di certo, ieri non ha contribuito a rasserenare gli animi degli investitori neanche il bollettino mensile diffuso dalla Banca centrale europea (Bce). L’istituto di Francoforte ha infatti messo in evidenza le difficoltà che il nostro Paese potrebbe incontrare nel centrare l’obiettivo di bilancio che prevede un rapporto deficit/Pil al 2,9% per fine anno. Preoccupazioni del resto condivise oggi da alcuni esponenti del Governo – fra cui il viceministro del Tesoro, Stefano Fassina, e il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini – che hanno comunque rinnovato l’impegno italiano.
Nel pomeriggio il presidente Bce, Mario Draghi, ha invece di nuovo messo in guardia gli operatori sui movimenti in atto sul mercato monetario (quello dei prestiti interbancari a breve termine). Il rialzo che si è visto nelle ultime settimane, ha sottolineato l’ex-governatore della Banca d’Italia intervenendo a Riga in una cerimonia dedicata all’ormai imminente ingresso della Lettonia nell’euro, non è del tutto giustificato dalla ripresa dell’Eurozona, che ha «germogli ancora molto, molto verdi».
Ancora una volta, a distanza di una settimana, Draghi ha provato quindi a smorzare gli entusiasmi del mercato, ricordando fra l’altro che la Bce «non ha assolutamente esaurito le opzioni» in materia di politica monetaria. Gli analisti, a questo proposito, sembrano piuttosto divisi sui mezzi a disposizione dell’Eurotower: diminuiscono infatti quanti ritengono possibile a un’ulteriore sforbiciata al costo del denaro (attualmente allo 0,5%), mentre salgono le «quotazioni» per una nuova Ltro, i prestiti a lungo termine e a tassi di favore alle banche dell’Eurosistema. A maggior ragione dopo che due giorni fa il governatore estone, Ardo Hansson, ha ammesso che l’ipotesi è stata presa in esame fra i membri del board Bce.
Non stupisce quindi la nuova frenata (parallela a quella di giovedì scorso durante la conferenza stampa di Draghi) dell’euro, che ieri si è indebolito nei confronti di tutte le altre principali divise. La moneta unica europea è scesa fino a 1,3260 dollari (prima di riprendersi nel pomeriggio e riagganciare quota 1,33) condizionata anche dal deludente dato sulla produzione industriale dell’Eurozona (-1,5% a luglio, -2,1% tendenziale). Un altro tentativo per disinnescare gli effetti (nefasti per chi deve esportare) dell’afflusso verso l’Europa di denaro in fuga dai Paesi emergenti.

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