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Aste a febbraio per vendere le banche in crisi

MILANO.
«Tempi rapidissimi» per risanare le quattro banche del Centro Italia e reinserirle nei territori «in cui sono radicate, e molto bene». Roberto Nicastro, neo presidente dei quattro istituti risanati tramite Fondo di risoluzione (e 3,6 miliardi di obolo pro quota delle concorrenti) si presenta dopo «dieci giorni, anzi 250 ore di lavoro intenso ».
L’intensità, che in altro passaggio l’ex dg di Unicredit chiama «tempi capestro», è dettata dalla Commissione europea, che ha usato ancora il pugno di ferro con le banche domestiche. Ma l’iter si potrebbe chiudere, perché i candidati compratori hanno già bussato alle porte di Banca delle Marche, Cariferrara, Banca Etruria e Carichieti, ripulite e con la scritta “Nuova” sulle insegne.
Già a febbraio dovranno partire le aste – trattandosi di procedura pubblica – per vendere la parte buona rimasta alle nuove banche, ma anche gli 8,5 miliardi di loro sofferenze caricate in una bad bank e svalutate dell’82%. Non è ancora chiaro se saranno vendute in blocco o separatamente: «La cessione in blocco si potrà fare in tempi più rapidi, quella a pezzi richiederebbe più tempo», ha detto Nicastro. Ovviamente il venditore frettoloso incassa meno; e questo i vertici degli istituti salvati lo sanno bene (ieri c’era anche Maria Pierdicchi, ex leader di S&p Italia, nominata consigliere indipendente dei quattro gruppi). Ma anche questa scelta sarà presa a Bruxelles.
Quel che si capisce da ora è che le aste non andranno deserte: «Ci sono diverse manifestazioni di interesse, da Italia ed estero, sia di banche sia di fondi private equity». La priorità sarebbe trovare compratori che mantengano il presidio dei territori elettivi delle banche, che hanno un milione di correntisti e servono 200mila imprese. Per rispettare l’iter concordato, già verso Natale sarà nominato un advisor unico (o un gruppo di), e in gennaio «puntiamo ad avere la bad bank operante», per poterla «valorizzare o possibilmente cederla», ha detto Nicastro.
I proventi di tutte le cessioni – banche good e banca bad – andranno al Fondo di risoluzione, che ha tra l’altro un prestito ponte con i primi istituti italiani da 1,7 miliardi a 18 mesi. Mentre l’ipotesi, da verificare, è che negli scheletri delle quattro società residuali si possano innestare le cause attive e passive e i loro proventi, e altri beni da ripartire tra i creditori. Tra questi, però, non quelli subordinati, cui il 22 novembre è stato azzerato 750 milioni di euro in bond, spesso venduti allo sportello. Il governo studia forme di ristoro per loro, benché, come ha detto Nicastro ieri, «ci muoviamo tra paletti fortissimi, tra cui il divieto dell’Ue di forme di ristorno agli obbligazionisti». Il vice ministro dell’Economia Enrico Morando (del Pd) vorrebbe inserire già domenica un emendamento al testo nel Ddl Stabilità. E valuta la proposta di Enrico Zanetti, vice ministro dell’economia ma di Scelta civica, che fino a 50mila euro vorrebbe introdurre un credito di imposta del 26% per i 10mila risparmiatori colpiti.
Il governo prepara forme di ristoro per i bond “azzerati”. E Sc propone credito di imposta al 26%
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