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Asta-flop per i titoli tedeschi

Domanda debole degli investitori per i buoni del Tesoro tedesco decennali in asta ieri. Il risultato negativo è stato influenzato dai bassi rendimenti e dall’aspettativa di un annuncio da parte della Banca centrale europea nella conferenza stampa di oggi, che dovrebbe attenuare i timori di una rottura dell’euro che nei mesi scorsi hanno alimentato il flusso di capitali verso titoli «sicuri» come quelli tedeschi.
La Germania ha collocato Bund con scadenza 2022 per un importo di 3,61 miliardi di euro. La domanda degli investitori è stata di 3,93 miliardi, con un rapporto di copertura dell’1,1, nettamente inferiore all’ultima asta di decennali del mese scorso. Il rendimento, invariato, è dell’1,42%, non lontano dai minimi dell’1,31% toccati a luglio. La cedola di questa nuova serie di Bund era dell’1,50%, la più bassa mai offerta dalla Germania per la scadenza decennale.
L’importo collocato è stato nettamente inferiore all’offerta di 5 miliardi di euro. L’invenduto, 1,39 miliardi di euro, è stato assorbito dalla Bundesbank, la Banca centrale tedesca, nella sua veste di agente del Tesoro. Si tratta del secondo insuccesso quest’anno per il Tesoro tedesco nei collocamenti di titoli a lungo termine, dopo l’asta del mese di aprile. Una situazione analoga si era verificata a novembre del 2011.
La scarsa domanda non riflette una sfiducia degli investitori nei confronti dell’emittente, ma i Bund si sono avvantaggiati recentemente dell’afflusso di investimenti alla ricerca di un rifugio contro il possibile collasso dell’euro, investimenti che guardavano alla possibilità di una ridenominazione in marchi, e quindi di una rivalutazione, in caso di rottura dell’unione monetaria. Secondo diversi analisti europei del reddito fisso, questo ha creato una situazione ai limiti della bolla e, se nella conferenza stampa di oggi il presidente della Bce Mario Draghi riuscirà a convincere i mercati che gli interventi dell’Eurotower impediranno la rottura dell’euro, si tratta di una bolla in parte destinata a sgonfiarsi, con un rialzo dei rendimenti sui Bund. Per questo, alla vigilia dell’annuncio della Bce, molti investitori hanno preferito tenersi fuori dall’asta tedesca. Al tempo stesso, i rendimenti vengono considerati poco appetibili anche a confronto con altri emittenti ad alto rating, come Finlandia e Austria.
Curiosamente, il pesante intervento della Bundesbank per coprire la domanda inevasa si è verificato proprio quando più voci in Germania hanno evocato negli ultimi giorni, per contestare l’acquisto di titoli dei Paesi periferici da parte della Bce, l’Italia pre-1981, prima del «divorzio» fra Tesoro e Banca d’Italia, quando Via Nazionale comprava il debito pubblico non collocato generando inflazione. La circostanza è stata ricordata per primo, in un editoriale, dal quotidiano Frankfurt Allgemeine Zeitung, cui ha risposto il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ricordando che si tratta di una pratica cessata oltre trent’anni fa. Ieri, ci è tornato sopra, in un articolo per il Financial Times, il commentatore tedesco Josef Joffe, che ha citato anche l’ex capo economista della Bundesbank e della Bce, Otmar Issing.
In realtà, gli interventi della Bundesbank non sono troppo dissimili, anche se la Banca centrale tedesca agisce in nome e per conto del Tesoro, e quindi non assume direttamente rischi sui propri libri, e le sue operazioni non hanno effetto inflattivo. Di fatto, però, la fissazione di un prezzo di collocamento, che fa scattare gli acquisti della Bundesbank quando non si raggiunga l’obiettivo fissato in termini di quantità, costituisce un elemento fortemente distorsivo del rapporto fra domanda e offerta.

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