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Asta CTz record con tassi «sottozero»

Per la prima volta nella sua Storia lo Stato italiano si finanzia a due anni con rendimenti sotto zero. All’asta di CTz di ieri il Tesoro ha raccolto 1,75 miliardi di euro con un tasso medio negativo dello 0,023 per cento. Un paradosso per cui gli investitori non ricevono alcuna remunerazione ma di fatto pagano una commissione(lo 0,023% appunto) per parcheggiare la liquidità in CTz a due anni.
Un costo che in molti hanno deciso di accollarsi a giudicare dai dati sulla domanda che è stata pari a 2,21 volte l’ammontare offerto. Rispetto al precedente analogo collocamento (richieste per 1,71 volte l’offerta) c’è stata una chiara accelerazione nella propensione all’acquisto del mercato. Ed è facile intuire perché: le parole del presidente della Bce al direttivo di giovedì scorso («alla fine dell’anno rivedremo la nostra politica monetaria») hanno alimentato l’aspettativa di un ampliamento dell’attuale piano di Quantitative easing e di un’ulteriore sforbiciata ai tassi sui depositi già sotto zero dello 0,20 per cento. Questa prospettiva ha fatto crollare le quotazioni dell’euro (passato da quota 1,13 dollari prima del direttivo all’attuale soglia appena sopra 1,10) e i rendimenti dei bond governativi che, in molti casi, sono scesi sotto zero. Alla chiusura di ieri mostravano rendimenti negativi fino alla scadenza dei cinque anni i titoli governativi di Germania, Belgio, Paesi Bassi, Austria e Finlandia. Sono sotto zero fino alla scadenza triennale quelli francesi. Per l’Italia bisogna scendere sotto la scadenza di un anno per trovare tassi sotto zero. Benché ieri il Tesoro ieri si sia finanziato con tassi sotto zero sul mercato primario, sul secondario i tassi restano poco sopra questa soglia. Giovedì scorso comunque il tasso del biennale italiano è sceso fino a -0,0167% sulla scia delle parole del presidente della Bce.
La probabile estensione delle misure di Quantitative easing a cui ha fatto riferimento Draghi è motivata da un contesto internazionale profondamente mutato a seguito dei segnali di debolezza delle economie emergenti. La maxi-fuga di capitali, con conseguente crollo delle valute, che ha colpito quest’estate i mercati in via di sviluppo, combinata con la frenata delle materie prime, ha reso più complicata l’azione di contrasto alla deflazione attraverso il Quantitative easing in Europa. Le aspettative degli operatori, di riflesso, sono cambiate: se fino a qualche mese fa gli investitori davano per assodato un percorso di politica monetaria divergente tra le due sponde dell’Atlantico, con la Fed orientata al rialzo dei tassi e la Bce sul binario del Qe, oggi tutta questa sicurezza non c’è più. Le turbolenze di questa estate hanno reso la Fed più prudente nel percorso verso la stretta ed è probabile che questo orientamento sarà confermato nella nota che oggi sarà pubblicata al termine del consueto direttivo della banca centrale Usa.
Questo almeno sembra suggerire l’andamento dei mercati con gli investitori che anche ieri hanno comprato T-bond americani facendone scendere i rendimenti (movimento incompatibile con un aumento del costo del denaro). Contro l’ipotesi della stretta gioca poi il contesto macroeconomico incerto negli Usa (ieri le rilevazioni su fiducia dei consumatori e ordini di beni durevoli hanno deluso le attese) e la debolezza dei prezzi delle materie prime che, esercitando una pressione negativa sull’inflazione dovrebbe scoraggiare i banchieri dall’alzare il costo del denaro.
I ribassi sul mercato delle commodities, per tornare alla cronaca di giornata, hanno penalizzato i settori minerario (-3,05%) e petrolifero (-2,37%) condizionando negativamente la seduta di Borsa in Europa che si è chiusa con ribassi medi superiori all’1 per cento.

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