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Asta BTp al record, crollano i tassi Ue

Il conto alla rovescia, nelle mente degli investitori, è iniziato. Che l’annuncio sia nella riunione del 4 dicembre. Oppure, come suggerito dal vice Presidente della Bce Vitor Constancio, nel primo trimestre 2015 poco importa. Così come, per adesso, non rileva che alla fine la mossa addirittura possa non concretizzarsi. 
Ciò che muove le strategie degli investitori è infatti la scommessa, supportata dall’ennesima indicazione di ieri di Mario Draghi, rispetto agli acquisti dei titoli di Stato da parte della Banca centrale europea. Una visione, peraltro avvalorata dall’inflazione tedesca in novembre (quella «core» al minimo in 5 anni dello 0,6%), che ben si è concretizzata nei risultati delle aste dei titoli di Stato italiani. Nell’ultima seduta, oltre a 1,5 miliardi di CcTeu, sono stati venduti 2 miliardi di BTp a 10 anni e altri 3,5 miliardi nella scadenza a 5 anni. Ebbene il rendimento medio lordo di quest’ultimi è andato sotto l’1% (0,94%), realizzando il record storico al ribasso. Analoga la situazione con il decennale. Qui, anche a seguito di un rapporto domanda offerta in buon rialzo (dal precedente 1,48 all’1,58) il saggio lordo in asta è scivolato al 2,08%. Cioè, nuovamente un valore che mai era stato raggiunto. In un simile contesto, sul mercato secondario, il Buono italiano ha poi chiuso con il rendimento del 2,07% Mentre lo spread sul Bund si è assestato a quota 137 punti base.
Si tratta di dinamiche che, a ben vedere, trovano gran parte della loro giustificazione proprio nell’attesa del «bazooka» della Bce. Gli operatori, infatti, acquistano adesso perchè prevedono che nel 2015 ci sarà il nuovo importante acquirente (la Bce). La quale, inevitabilmente, farà salire le quotazioni. Quei prezzi che, peraltro, ieri sono cresciuti un po’ ovunque nel mondo del reddito fisso europeo. Il Bund, ad esempio, ha visto il suo rendimento crollare allo 0,71%. Un valore «inesistente» di fronte al quale si domanda: quali le motivazioni degli acquisti? La risposta va ricercata soprattutto nelle strategie di copertura. Cioè, più che comprare il titolo in sè (quale «porto sicuro») si va lunghi perchè, al contempo, sono state aperte le posizioni sui governativi dell’Europa periferica.
Ciò detto del mondo del debito pubblico quale, però, l’andamento dell’azionario? La giornata di ieri, chiusa Wall Street per il ponte del Ringraziamento, nella sua prima parte ha visto i listini nervosi. Forse può avere influito lo stop tecnico, risolto nel primo pomeriggio, al circuito di Euronext. Più probabilmente però l’attenzione era, per l’appunto, sui prezzi al consumo di Berlino. Il numero, coincidente con il consensus, è stato interpretato quale «supporto» alla politica espansiva della Bce. Di qui le Borse europee sono cresciute. Tutte hanno poi chiuso in rialzo (+0,81% Milano) , con l’ eccezione di Londra.
Insomma, l’inflazione come key driver. Meno rilevanti, invece, gli altri market mover. In mattinata c’è stata l’indicazione che la fiducia delle imprese italiane, in novembre, è tornata a scendere. Poi, è stata la volta del mercato del lavoro tedesco: la disoccupazione è calata. Tutti numeri che, però, non hanno avuto grande impatto. A ben vedere, l’altro elemento importante è stata la riunione dell’Opec. Al di là del calo in sè del petrolio, la decisione di non tagliare la produzione ha creato un altro fattore che contribuisce a non riscaldare l’economia. Il «bazooka» è sempre più pronto a sparare.
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