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Assopopolari: arrivano gli speculatori

«La trasformazione in Spa, che dovrebbe essere comunque accompagnata da accorgimenti finalizzati a mantenere l’attuale carattere di public company indipendente, andrebbe prevista non quale obbligo cogente e ineludibile ma solo quale sanzione per le popolari che non completino un percorso finalizzato a riconoscere tra l’altro al voto capitario un ruolo non esclusivo e al voto proporzionale un ruolo non marginale». E’ la posizione espressa ieri dal presidente di Assopopolari, Ettore Caselli, ascoltato ieri in audizione sul Dl banche davanti alle commissioni Finanze e Attività produttive della Camera. Per suo tramite le grandi banche popolari oggetto della riforma hanno lanciato una sorta di estremo appello ai deputati : «Chiediamo con forza ai rappresentanti parlamentari di non voler disperdere la specialità che contraddistingue le popolari. Come categorie ribadiamo la nostra più ampia disponibilità al fine di individuare le modalità più consone a tutelare questa specialità in un percorso che ci auguriamo possa risultare condiviso». Il timore di fondo è che «nel capitale delle banche popolari possano aver ingresso soggetti caratterizzati da connotati fortemente speculativi, volti a trarre vantaggio dalle circostanze, con logiche decisamente opportunistiche». Si tratta di un rischio, ha argomentato Caselli, che «assumerebbe contorni ancora più rilevanti se nella nuova normativa non fosse prevista alcuna gradualità nella transizione alla forma della società di capitali pura».Un rischio, quello dei capitali stranieri alla conquista del risparmio basato nelle zone più ricche del paese, sul quale ha insistito a lungo anche Dino Giarda, presidente del consiglio di sorveglianza Bpm:«Bisogna dirlo con chiarezza: le grandi banche internazionali non sono interessate ai nostri impieghi, ai nostri prestiti, sono interessate alla nostra raccolta, sulla quale si hanno rendimenti a due cifre». Insomma, i toni sono stati assai duri; eppure, alla fine, proprio da Giarda è arrivato un invito alla concretezza che potrebbe portare a un compromesso da adottare , appunto, nella fase di transizione alla forma Spa.Le modalità le ha spiegate Marco Causi, deputato Pd e relatore al provvedimento: si tratta di un emendamento al dl banche Popolari che fissi un limite al diritto di voto, da inserire in statuto, fra il 3 e il 5% del capitale:«E’ una ipotesi su cui lavoriamo» ha detto Causi «vista anche l’apertura” nel merito espressa da parte della Banca d’Italia». «Dopo aver esaminato le relazioni di Banca d’Italia e Assopopolari » ha aggiunto,«esiste un margine su cui lavorare per evitare, come ha sottolineato il presidente del Cda di Bpm Piero Giarda, che la riforma possa intaccare il sostegno delle popolari alle piccole e medie imprese». In ogni caso, sul principio generale della trasformazione in Spa il governo non transige, come ha spiegato ieri il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan «Continuo a pensare di avere ragione- ha detto ieri » Mentre alle bcc il ministro concede più tempo «Per le banche di credito cooperativo non è allo studio un decreto». ha dichiarato, durante al presentazione del rapporto Ocse «Ma- ha aggiunto – francamente ce ne sono troppe e quelle che ci sono, sono troppo piccole. Quindi,invito il settore delle Bcc a immaginare ipotesi di autoriforma in questa direzione». Dall’Ocse tra l’altro è venuto anche un caldo consiglio affinchè il governo italiano vari provvedimenti per ridurre l’ammontare dei crediti non esigibili e le sofferenze delle banche italiane. Un intervento quello sulla cosiddetta bad bank, su cui il governo sta ancora studiando le forme più opportune:«Stiamo valutando-ha detto ieri Padoan- soluzioni fortemente orientate al mercato, con un ruolo pubblico limitato e rispettose della disciplina sugli aiuti di Stato».
Sempre ieri in audizione sul dl banche è stato ascoltato anche il dg dell’Ania Dario Focarelli, il quale ha dato un giudizio di merito complessivamente positivo sul decreto ma ha ricordato l’esigenza di completare le regole per favorire l’accesso al credito non bancario da parte delle piccole e medie imprese, come quelle sul riordino del Fondo centrale di garanzia sui crediti, estendendo anche ad assicurazioni e fondi d’investimento la possibilità di usare questo strumento.

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