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Associazioni, via segnata

Opera in Italia in qualità di società semplice l’associazione tra professionisti di un paese estero, con la conseguente applicazione delle norme in materia di diritto societario dell’ordinamento giuridico italiano.

Lo hanno affermato i giudici della prima sezione civile della Corte di cassazione con la sentenza n. 8871 dello scorso 16 aprile (si veda ItaliaOggi del 25 aprile 2014).

Per realizzare uno studio associato, occorre rispettare i requisiti dell’art. 1 legge 1815/1939, e cioè che il centro di aggregazione si formi tra professionisti regolarmente abilitati e iscritti agli albi, e nei confronti dei terzi sia utilizzata la dizione «studio legale, commerciale, contabile, amministrativo o tributario» seguita dal nome e cognome con i titoli professionali di tutti gli associati; si tratta di norma imperativa, a tutela della pubblica fede, alla cui stregua (oltre che per gli artt. 2229 e 2231 c.c.) deve ritenersi illegittima la partecipazione di ente collettivo innominato, che, in quanto tale, non può svolgere attività professionale che deve essere svolta personalmente dai singoli associati muniti del titolo di avvocato.

È stata impugnata con i seguenti sei motivi di ricorso una decisione della Corte d’appello: a) il vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 1 della legge n. 1815/1939, nella parte in cui dispone che dell’associazione professionale facciano parte solo professionisti abilitati, in relazione agli artt. 33 Cost. e 2229, 2231, 1418 e 1420 c.c.; b) il vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 24 della legge n. 266/1997, in relazione agli artt. 33 Cost. e 2229, 2231, 1418 e 1420 c.c. e nella parte in cui si può considerare l’ipotesi (a seguito della mancata attuazione del regolamento) di costituire una società tra professionisti per mezzo di organizzazioni collettive e impersonali, rimanendo fermi i requisiti dell’iscrizione negli albi professionali dei soci; c) il vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 1 della legge n. 1815/1939, nella parte in cui impone che le associazioni professionali riportino il nome e il cognome con i titoli professionali dei singoli professionisti; d) il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, in relazione alla equiparazione tra associazione e società semplice, tenuto conto che l’art. 5 comma terzo lett. c) del dpr n. 917/1986 ribadisce che le associazioni professionali devono essere costituite da persone fisiche e pertanto l’associazione tedesca non può essere considerata una mera società semplice del diritto societario italiano; e) il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, in relazione alla esistenza dell’insanabile dissidio tra gli associati, idoneo a determinare il recesso e lo scioglimento associativo, così come da documenti allegati in primo grado e non giudicati dall’organo giurisdizionale; f) il vizio di motivazione in ordine alla condanna alla spese giudiziali senza considerare almeno l’ipotesi ultima della compensazione.

I giudici di piazza Cavour hanno ritenuto infondati tutti e sei i motivi.

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