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Assicurazioni: i signori del 31 per cento

di Stefano Righi

Esistono contesti meno dinamici del mercato assicurativo italiano? Difficile. La situazione appare questa. Figura centrale è un grande gruppo internazionale cresciuto così tanto in rapporto al mercato domestico da vedersi vietare da norme Antitrust ogni possibile futura operazione di crescita per linee esterne: le Assicurazioni Generali, al cui interno troviamo compagnie come Ina, Assitalia, Toro, Fata, Genertel. C’è poi un grande gruppo di Monaco di Baviera che negli anni ha acquisito alcune compagnie italiane, Subalpina, Lloyd Adriatico, Ras: è Allianz, secondo operatore sul mercato italiano, primo al mondo per premi emessi (oltre 100 miliardi di euro). Su un totale di 117,9 miliardi di euro di totale premi emessi in Italia (dati Ania), Generali e Allianz ne firmano 36,87 miliardi, circa il 31,3 per cento del totale. Oltre a loro, sul fronte del mercato Danni ha evidenza Fonsai, oggi schiacciata dalle difficoltà finanziarie, mentre nel Vita emerge Poste Vita, forte di una straordinaria rete di vendita. Il resto è poco più che frazionale. I francesi di Axa, uno dei colossi mondiali delle polizze, tra i leader in quasi tutti i mercati europei, in Italia sono arrivati tardi e devono accontentarsi, per ora, di percentuali di business modeste rispetto alla loro dimensione assoluta, nonostante una recente effervescenza dopo aver stretto un’importante alleanza con il Monte dei Paschi di Siena. La scossa Ebbene, in un mercato cristallizzato da anni, la scorsa settimana sono accaduti almeno due fatti rilevanti. Primo, Generali ha annunciato un’operazione finanziaria con banca Vtb, basata a Mosca e controllata dallo stato: ha investito circa 220 milioni di euro per poco meno dell’ 1 per cento della banca russa di cui Generali è oggi il primo investitore istituzionale (la cifra va confrontata con un totale di asset investiti di circa 400 miliardi di euro). Secondo, il presidente delle Generali, Cesare Geronzi, ha annunciato al Financial Times due indirizzi di portata strategica per il suo gruppo. Anzitutto la compagnia è pronta ad acquisire quote azionarie in banche italiane (enunciato che ha valenza dell’inedito, il cui valore si accresce dato che Geronzi emerge alle assicurazioni provenendo proprio dall’universo del credito); poi, che le polizze del Leone puntano al Sudamerica, al Brasile in particolare, fatto questo di grande appeal potenziale e, si spera, presto anche di una certa consistenza finanziaria. Le prospettive Che cosa sta succedendo? La risposta non è semplice e probabilmente affonda le proprie ragioni nella natura stessa del business assicurativo, che ha bisogno di crescere continuamente per mantenersi vivo. Oggi, risulta particolarmente difficile farlo. Il trend della crescita economica italiana è ingessato. E alle compagnie si presenta un problema di liquidità. Gli anglosassoni hanno ben sintetizzato il tema: profit is an opinion, cash is king , ovvero il profitto è un’opinione, conta la liquidità. La crisi ha spinto in basso la profittabilità delle aziende, che non generano più quegli utili che poi finiscono sotto forma di dividendi nei bilanci delle assicurazioni che partecipano al loro capitale. Senza dividendi, con una modesta dinamica dei nuovi premi, il flusso di cassa si inaridisce e solo la deroga ai principi contabili ha permesso l’equilibrio dei conti. Difficile in queste condizioni pensare a strategie espansionistiche. Allianz infatti, nonostante dimensioni globali, non sembra interessata ad aumentare il proprio peso sul mercato assicurativo italiano. La compagnia di Monaco ha un margine di solvibilità — ovvero il patrimonio al netto degli elementi immateriali, libero da qualsiasi impegno prevedibile — elevato (158 per cento), accompagnato da un livello delle riserve che ha portato Moody’s ad assegnare ad Allianz il rating più alto tra le compagnie operanti in Italia (AA3, con outlook stabile). Una posizione di tutta tranquillità, frutto anche del lavoro, non indolore, di integrazione tra i vari business locali, lanciato in anticipo sui concorrenti, quando le condizioni del mercato assicurativo italiano erano di assoluta tranquillità. Perché dunque muoversi? Più remunerativo farlo in mercati ad elevato tasso di crescita, dove infatti Allianz è presente. Riordino Lo stesso pensa Generali, che sta lavorando sulla razionalizzazione interna e anche al contenimento dei costi. Ad alcuni top manager del gruppo sono stati prospettati tagli degli emolumenti, ad altri sedi diverse di lavoro, con trasferimenti anche verso l’estero e l’Est. La ricerca del profitto è prioritaria, ma non si sottovaluta il controllo dei costi. Negli ultimi sei mesi Generali ha infatti dato il via all’introduzione di una nuova figura, quella del country manager per l’Italia (Paolo Vagnone) e sta lavorando per valutare l’introduzione di un chief risk officer (cro, il responsabile dei rischi), e in prospettiva di un chief investment officer , il responsabile degli investimenti. Chiara la volontà di avere il massimo controllo su una galassia tanto ampia. Il futuro, come ben sanno a Trieste, passa attraverso una ripresa delle dinamiche domestiche e l’esplorazione di nuovi mercati. Il Sudamerica su tutti, ma non va dimenticata la Cina, dove già oggi il Leone ha una quota di mercato del 13,3 per cento tra le compa- gnie di assicurazione a partecipazione straniera nel ramo Vita. Ma Generali è anche conscia della propria presenza europea: raccoglie premi sui mercati domestici dei principali concorrenti in misura superiore di quanto Axa e Allianz riescano a fare in Italia. Il limite di questo innegabile punto di forza è individuabile nella mancata ripresa nel proprio mercato domestico delle attività finanziarie, che non permetterebbe alle partecipate la generazione di utili da trasferire in forma dividendo. Anche per questo guarda all’estero.

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