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Assicurazioni contro la crisi

di Guido Plutino

Prima il declassamento dei conti della Grecia e dei suoi titoli di Stato sotto il livello investment grade. Poi – a distanza pericolosamente ravvicinata – il terremoto e il disastro nucleare in Giappone. Una micidiale combinazione di eventi straordinari e imprevedibili che ha colpito duramente i mercati e si è fatta sentire nel comparto assicurativo. Anche se per ragioni diverse (che vanno dal singolo posizionamento sul mercato delle coperture e delle riassicurazioni al fatto che i portafogli delle compagnie sono molto esposti sui governativi) e in misura differente a seconda dell'area e del tipo di compagnia, i contraccolpi si sono infatti trasmessi ai listini di tutto il mondo, senza risparmiare Piazza Affari. Gioie e dolori della globalizzazione, che naturalmente si sommano ad altri temi internazionali (legati, per esempio, al recepimento delle normative Solvency 2 nella Ue) e locali. In Italia negli ultimi tempi il comparto è stato movimentato dai cambiamenti al vertice delle Generali e dalla partita legata all'aumento di capitale e al riassetto di Fondiaria Sai.

Sarebbe infatti un errore sottovalutare le specificità, il cui peso risulta con evidenza dal confronto dei benchmark settoriali. Se si considera l'andamento dall'11 marzo 2011, giorno in cui avvenne il terremoto in Giappone, si nota una situazione abbastanza equilibrata: l'indice settoriale mondiale Stoxx 1.800 Insurance è quello che perde di più (circa il 7%), seguito dall'Italy Datastream Insurance (in rosso per poco più del 5%) e a breve distanza dall'Eurostoxx Insurance. Dispersione e differenze nel grado di resilienza emergono però su periodi di tempo più lunghi. Dall'inizio del 2010, momento in cui i titoli greci subirono il primo pesante downgrading da parte delle società di rating che abbassarono i loro giudizi sotto il livello investment grade (tripla B), i trend degli stessi indici di Borsa divergono nettamente. Mentre quello mondiale guadagna circa il 7% e quello europeo è quasi in parità, l'indice italiano risulta in netta perdita (oltre il 24%). La conferma arriva sulla distanza dei 12 mesi, con andamenti ancora più divergenti: lo Stoxx 1.800 Insurance risulta in parità, l'indice europeo mette a segno un progresso a due cifre (oltre l'11%), il benchmark italiano è in maglia nera (con un rosso di circa il 4%).

«Dietro questo decoupling di performance – commenta Livio Dalle, head of advisory di Vontobel Europe Sa – ci sono fattori contingenti e specifici che hanno riguardato alcune compagnie italiane e il ciclo economico del territorio di riferimento, mentre i principali titoli guida europei hanno chiuso un esercizio buono. Direi che la Grecia non c'entra». Dunque, un ostacolo in meno sulla via del recupero. «Il settore assicurativo potrebbe effettivamente riacquistare interesse – aggiunge Dalle -, ma è necessario che aumenti la visibilità su strategie aziendali e condizioni del mercato. In tal caso, vale la pena di considerare in particolare i titoli globali come Allianz e Axa».

Tuttavia, come sempre, a dividere gli osservatori sono proprio le prospettive future. Aspetto determinante per un investitore privato, che ragiona – o dovrebbe ragionare – sul lungo periodo. «Tutto sommato – ragiona Luigi Tardella, partner della società di consulenza strategica Ambers&Co – le compagnie sono rimaste al riparo dalla grande crisi. Quello assicurativo è ancora un settore protetto, con un livello di concorrenza contenuto. Ma attenzione, i problemi non mancano e sono complessi. Specialmente in Italia, il pubblico ha ben pochi stimoli a diventare cliente di un'assicurazione, se non per assolvere gli obblighi di legge per esempio per la copertura dell'auto. Inoltre pesa l'andamento piatto del quadro macroeconomico, al quale le assicurazioni sono direttamente e strettamente collegate».

Il pollice verso ha motivazioni endogene ed esogene. «Le prime – conclude Tardella – dipendono dalla scarsa appetibilità dei prodotti, poco convenienti a causa dei forti caricamenti. L'invecchiamento della popolazione potrebbe essere un driver di sviluppo ma, e questa è la causa esogena, la disoccupazione giovanile e la pressione sul potere d'acquisto delle famiglie tendono ad annullare le potenzialità di crescita del ramo Vita».

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