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Interruzione rilevata d’ufficio

L’interruzione della prescrizione può essere rilevata d’ufficio dal giudice sulla base di elementi probatori ritualmente acquisiti agli atti. Così la Cassazione con l’ordinanza 27889/2017, che si inscrive nel novero di una serie di recenti pronunce in tema di prescrizione. Vediamole nel dettaglio.

QUANDO L’INTERRUZIONE DELLA PRESCRIZIONE PUÒ ESSERE RILEVATA D’UFFICIO DAL GIUDICE

L’eccezione di interruzione della prescrizione integra un’eccezione in senso lato e non in senso stretto e, pertanto, può essere rilevata d’ufficio dal giudice sulla base di elementi probatori ritualmente acquisiti agli atti.

È quanto ribadito dai giudici della terza sezione civile della Corte di cassazione con l’ordinanza n. 27889 dello scorso 23 novembre.

Inoltre, sempre nella stessa ordinanza in commento è stato evidenziato, richiamando esplicitamente consolidati orientamenti dettati dalla giurisprudenza, che «il giudice, chiamato a decidere sulla questione di prescrizione introdotta dal convenuto attraverso l’eccezione di cui all’art. 2938 cod. civ., può tener conto anche del fatto interruttivo di essa, anche se non dedotto formalmente dall’attore come controeccezione» (cass., sez.
L., sentenza n. 2035 del 30/01/2006, rv. 587230-01), fermo restando che «l’interruzione della prescrizione può essere dedotta per la prima volta in sede di appello» (cass., sez. L., sentenza n. 25213 del 30/11/2009, rv. 611076-01).

Ribadendo poi altro aspetto fondamentale dell’istituto della prescrizione e cioè che la sospensione della prescrizione tra coniugi di cui all’art. 2941, n. 1, cod. civ. non trova applicazione al credito dovuto per l’assegno di mantenimento previsto nel caso di separazione personale, dovendo prevalere sul criterio ermeneutico strettamente legato alla lettera un’interpretazione conforme alla ratio legis, da individuarsi – a parere degli Ermellini – tenuto conto dell’evoluzione della normativa e della coscienza sociale e, quindi, della valorizzazione delle posizioni individuali dei membri della famiglia rispetto alla conservazione dell’unità familiare e della tendenziale equiparazione del regime di prescrizione dei diritti post matrimoniali e delle azioni esercitate tra coniugi separati. Infatti, secondo i giudici di piazza Cavour, nel regime di separazione, infatti, non può ritenersi sussistente la riluttanza a convenire in giudizio il coniuge, collegata al timore di turbare l’armonia familiare, poiché è già subentrata una crisi conclamata e sono già state esperite le relative azioni giudiziarie, con la conseguente cessazione della convivenza, il venir meno della presunzione di paternità di cui all’art. 232 cod. civ. e la sospensione degli obblighi di fedeltà e collaborazione (si vedano: Cass., sez. 1, sentenza n. 7981 del 4/4/2014, rv. 630120-01; conformi Cass., sez. 1, sentenza n. 18078 del 20/08/2014, rv. 632052-01, e Cass., sez. 61, ordinanza n. 8987 del 05/05/2016, rv. 639566-01).

 

QUANDO C’È SOSPENSIONE DELLA PRESCRIZIONE

Altra interessante pronuncia (Corte di cassazione, sez. VI civile – 1, ordinanza del 6 novembre 2017, n. 26298) ha, poi, evidenziato che l’operatività della causa di sospensione della prescrizione, ricorre quando sia posta in essere dal debitore una condotta tale da comportare per il creditore una vera e propria impossibilità di agire, e non una mera difficoltà di accertamento del credito.

Nel caso, quindi, in cui il debitore ponga in essere un comportamento intenzionalmente diretto a occultare al creditore l’esistenza dell’obbligazione (si veda: Cass., sez. 4, 13/10/2014, n. 21567), «con la conseguenza che tale criterio non impone, in altri termini, di far riferimento ad un’impossibilità assoluta di superare l’ostacolo prodotto dal comportamento del debitore, ma richiede di considerare l’effetto dell’occultamento in termini di impedimento non sormontabile con gli ordinari controlli» (Cass., sez. 4, 17/4/2007, n. 9113).

La questione sottoposta all’attenzione della cassazione vedeva che con il ricorso in atti il Comune ha chiesto la Cassazione dell’impugnata sentenza – con cui la Corte d’appello, in riforma della decisione di primo grado, ha ritenuto prescritto il credito di essa ricorrente relativo ad un diritto di posteggio, disconoscendo la ricorrenza nella specie della causa di sospensione della prescrizione di cui all’art. 2941, n. 8, cod. civ. – sul rilievo a) della duplice circostanza che il debitore non avesse comunque adempiuto il debito e che l’inadempimento fosse conseguenza di un comportamento censurabile volto a fornire l’apparenza dell’adempimento (era risultato dal giudizio di primo grado che la riscossione del diritto avveniva tramite bollettino postale recante una centesima parte del dovuto, a cui venivano successivamente aggiunti due zeri fino a concorrenza dell’importo dovuto, onde all’atto della sua esibizione agli addetti del controllo in loco l’esazione risultava regolare).

 

PRESCRIZIONE ED ACTIO IUDICANDI

E infine una pronuncia di qualche mese fa (Corte di cassazione, sez. III Civile, sentenza 20 giugno 2017, n. 15157), ma utile per completare la nostra panoramica: non appare predicabile, già sul piano logico, l’affermazione per cui la prescrizione dell’actio iudicati, e cioè dell’azione che sorge in conseguenza del passaggio in giudicato della pronunzia giudiziale che afferma definitivamente l’esistenza di un determinato diritto, possa decorrere da un momento anteriore al momento in cui si forma il suddetto giudicato, e cioè da un momento in cui detta azione non sarebbe neanche astrattamente ipotizzabile, non sussistendone il presupposto.

Nella sentenza si trova, poi, un rilevante richiamo ad un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale e cioè che: «in tema di estinzione del processo di appello, dalla quale deriva, ai sensi dell’art. 338 c.p.c., il passaggio in giudicato della sentenza impugnata, il termine di prescrizione dell’actio iudicati decorre non già dal momento in cui è intervenuto l’evento estintivo, ma dalla declaratoria di estinzione del processo, ossia da quando si dà luogo all’effetto estintivo, in quanto il combinato disposto degli artt. 2945 c.c. e 338 c.p.c., letto alla luce del principio di ragionevolezza nonché del principio del contraddittorio, impone che il dies a quo debba coincidere con la pronuncia che ha reso le parti partecipi dello stesso evento» (si vedano: Cass., Sez. 2, sentenza n. 23156 dell’11/10/2013, Rv. 628293 – 01; conf: Sez. 1, Sentenza n. 19639 del 7/10/2005, Rv. 583529 – 01).

 

UN CASO PARTICOLARE: PRESCRIZIONE E DANNO DA EMOTRASFUSIONE

In ultimo, un caso particolare: anche se ad aver subito il danno è stato un soggetto minorenne, la prescrizione dell’azione tesa al risarcimento del danno che sia conseguenza di un trattamento emotrasfusionale seguirà la disciplina ordinaria.

Lo hanno affermato i giudici della sesta sezione civile-3 della Corte di cassazione con l’ordinanza n. 26671 dello scorso 10 novembre.

Con sentenza la Corte d’appello, in riforma della sentenza di primo grado, ha rigettato la domanda proposta da Tizio per la condanna del Ministero della salute al risarcimento dei danni subiti dall’originaria attrice a seguito della contrazione del virus HCV in occasione di un trattamento trasfusionale eseguito dalla Tizia. A sostegno della decisione assunta, la corte territoriale ha accertato l’avvenuta prescrizione del diritto al risarcimento dei danni rivendicato dalla Tizia, avendo la stessa ragionevolmente maturato la consapevolezza del fatto illecito e avendo esercitato giudizialmente l’azione risarcitoria nel 2005.

Avverso la sentenza d’appello, Tizio propone ricorso per cassazione sulla base di un unico motivo di impugnazione.

Con il motivo d’impugnazione proposto, la ricorrente censura la sentenza impugnata per difetto di motivazione in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c., nonché in relazione agli artt. 2 e 2697 c.c., all’art. 112 c.p.c. e agli artt. 11, 3 e 24 Cost, per avere la corte territoriale accertato la decorrenza della prescrizione del diritto della Tizia sul presupposto dell’avvenuta acquisizione, da parte della stessa della consapevolezza di aver contratto il virus HCV per responsabilità dell’amministrazione sanitaria, nonostante la stessa, a tale epoca, fosse ancora minorenne e non avesse mai avuto personale notizia della certificazione della malattia alla stessa diagnosticata.

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