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“Asset svenduti per fare cassa” quindici anni di dismissioni bocciati dalla Corte dei Conti

ROMA — Asset di Stato svenduti, inseguendo il «pressante» obiettivo di fare cassa e trascurando impatto e alternative. La Corte dei Conti boccia quindici anni di privatizzazioni “all’italiana”. Nel mirino dei giudici contabili finiscono i procedimenti seguiti per mettere sul mercato Stet-Seat-Telecom, Enel, Autostrade, Aeroporti di Roma, Ente tabacchi italiani, nel periodo dal 2 luglio 1993 al 17 marzo 2008. E soprattutto il pallido ruolo, «quasi formale» di «presa d’atto», svolto in questo lasso di tempo dal Comitato privatizzazioni, investito di «funzioni di indirizzo», ma di fatto un passacarte.
«Condizionato», scrive la Corte, anche da «forme più o meno ampie d’influenza pubblica» e spinto «ad avvalorare il parere espresso dai consulenti». Sotto la lente finiscono, di conseguenza, anche gli uomini che negli anni hanno presieduto quel Comitato, ovvero i direttori generali del Tesoro. Dunque, Mario Draghi, ora presidente Bce (1993-2001), Domenico Siniscalco (2001-2005) e l’attuale ministro dell’Economia Vittorio Grilli (2005-2012).
Il Comitato, composto dal presidente più «quattro esperti di riconosciuta indipendenza e notoria esperienza» (poi ridotti a tre, incluso il presidente, dal 2007), secondo la Corte dei Conti ha seguìto in quegli anni cruciali «una metodologia di azione non sempre uniforme e omogenea ». Anche perché, nel tempo, i «soggetti tecnici» che materialmente realizzarono le privatizzazioni («global coordinator, advisor, valutatori»), agirono da “cani sciolti”, come una sorta di «cerchia alquanto ristretta». Tra l’altro, l’attività del Comitato, proseguono i giudici, «è stata condizionata dalle pressanti esigenze di ordine finanziario dello Stato», come in seguito al drammatico autunno del 1992, con la lira svalutata e fuori dallo Sme. Un fare cassa presto, ma non sempre bene, che «in alcuni casi potrebbe aver determinato la non piena valorizzazione degli asset anche in termini di ristrutturazione produttiva delle imprese interessate».
Dunque una perdita per lo Stato. E qui la Corte fa due esempi, tra i cinque casi esaminati anche scandagliando i verbali delle riunioni del Comitato tenute in quel quindicennio e relativi documenti originali: Telecom ed Enel. Nelle carte sulle due aziende i giudici trovano «la conferma di una tendenza del Comitato ad avvalorare il parere già espresso dai consulenti dell’Amministrazione», cioè il Tesoro, «finendo coll’assumere un ruolo quasi formale, senza esercitare compiutamente quella funzione di indirizzo che il quadro normativo gli attribuisce». E cioè dare «unitarietà alle operazioni» e «garantire trasparenza e congruità delle procedure poste in essere dal governo». Il mantenimento poi della “golden share”, il nocciolo rimasto in mani pubbliche, avrebbe reso meno appetibili le imprese, dando vita «a un sistema di mercato non compiutamente liberista, diversamente da quanto auspicato».

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