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Assemblee, rinvii e voto da casa

MILANO — Che fare delle assemblee chiamate a votare bilanci, dividendi e (per varie partecipate pubbliche) nuovi cda? Il “Cura Italia”, all’art. 103, affronta il tema in sette commi. In sintesi, consente il rinvio di 180 giorni (fino al 31 luglio, «salvo estensioni»), dei termini di convocazione, e la raccolta di deleghe di voto al «rappresentante designato », soggetto previsto dal Codice civile che gli istituzionali usano di prassi, e qui esteso al pubblico. Un compromesso tra le maglie strette delle norme italiane (che decentrano alle banche depositarie la verifica dell’identità del socio), per consentire il voto da casa senza brogli o ricorsi a posteriori.
Resta da capire se le società si avvarranno della facoltà di rinvio: dietro le quinte, non sembra. C’è il rischio che in estate la situazione sia meno governabile di oggi (si pensi alla partecipazione dei fondi, primi soci di molte quotate). D’altronde tenere subito le assise darebbe modo di sbloccare il pagamento dei dividendi, e di silenziare molti dei soliti “disturbatori”.
I primi due test sono in corso: Mps, in mano al Tesoro, ha rinviato la data del 6 aprile (anche per disaccordi politici sul nuovo ad); Banco Bpm dirà a ore se — come pare — conferma il 4 aprile il voto su conti e lista per confermare Giuseppe Castagna ad e fare Massimo Tononi presidente. Ma qui la banca è in mano ai fondi, delusi dai primi tre anni di fusione.
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