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Assemblea Telecom affluenza record la mozione Vivendi è a rischio bocciatura

MILANO.
L’assemblea di Telecom Italia convocata per il 15 dicembre passerà alla storia per l’alta affluenza attesa al voto. Secondo le prime ricostruzioni dei proxy advisor, lo scorso 4 dicembre si sono registrati per votare investitori che rappresentano poco meno del 60% del capitale. Tra questi il primo socio Vivendi con il 20,1%. Ciononostante, proprio la mozione presentata dal gruppo dei media francese che chiede di allargare il cda Telecom da 13 a 17 membri, rischia di essere bocciata dalla maggioranza assoluta dei soci presenti in assemblea. E in quest’ottica, non è da escludere, che il gruppo presieduto da Vincent Bollorè possa ritirare la richiesta di integrare il consiglio, evitando di incassare la bocciatura dei fondi anglosassoni, per provare a esplorare strade alternative che gli consentano di avere comunque un’adeguata rappresentanza nel cda della partecipata. L’altra proposta all’ordine del giorno, vale a dire la conversione delle risparmio in ordinarie, dovrà invece essere approvata a maggioranza dei due terzi, quindi Vivendi dovrà dare il suo placet. In proposito, fonti finanziarie riferiscono che il colosso francese dei media non avrebbe intenzione di ostacolare una riforma del capitale sociale di Telecom che è nell’interesse del mercato e di tutti i soci, compresa la stessa Vivendi. Pertanto, salvo colpi di scena, l’assemblea delle ordinarie dovrebbe dare il via libera alla conversione delle rnc.
Se martedì prossimo è attesa un affluenza record, né la banca americana Jp Morgan (che direttamente e indirettamente ha il 10% di Telecom) né l’imprenditore transalpino Xavier Niel, sono attesi al voto. Jp Morgan, che controlla due terzi della quota a servizio del prestito convertendo di Telefonica, non si presenterà perché di solito quando le partecipazioni azionarie sono detenute per conto terzi, le banche d’affari non esercitano i diritti di voto a queste correlate. E Jp Morgan non potrà esprimersi nemmeno su quel 3% di opzioni lunghe, che in quanto tali non hanno diritto di voto. Stesso discorso per il patron di Iliad, che ha rilevato strumenti derivati lunghi sul 15% del capitale di Telecom, esercitabili a partire dal prossimo 28 giugno, per i quali avrebbe speso 225 milioni. Niel che ha precisato alla Sec di aver investito 178 milioni per quel 10,2% di opzioni liquidabili in azioni Telecom e 47 milioni per il 4,9% regolabile in contanti, non escludendo di salire ancora – ha infatti preferito non intervenire all’assise per evitare un confronto diretto con Vivendi. Mossa, che alla luce del fatto che il mercato pare orientato a opporsi alla riforma della governance proposta dal colosso dei media, sembra ancor più azzeccata. Resta, invece, da capire cosa farà ora Vivendi: potrebbe aspettare il beau geste di qualcuno degli amministratori Telecom, che potrebbe dimettersi, oppure chiedere all’assemblea per il bilancio 2015 l’allargamento del cda da 13 a 15 membri. Se Vivendi avesse chiesto fin da subito di esprimere 2 consiglieri invece che 4, difficilmente i fondi si sarebbero mobilitati per bocciare questa mozione.
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