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Assegnazione ai soci solo con taglio al patrimonio netto

L’assegnazione di beni ai soci – pure trattata dalla legge di Stabilità del punto di vista fiscale – è una operazione che non trova una definizione “ufficiale” nel Codice civile, ma vi sono alcune fonti autorevoli che hanno delineato i contorni civilistici di tale operazione che oggi presenta vantaggi fiscali significativi.
La definizione
Nel tentativo di dare una definizione all’operazione un primo utile riferimento deriva da un intervento dell’agenzia delle Entrate (circolare 112/E/1999) che afferma: «L’assegnazione viene a configurarsi ogni qual volta la società procede, nei confronti dei soci, alla restituzione di capitale o di riserve di capitale ovvero alla distribuzione di utili o di riserve di utili».
Alla luce di tale definizione, peraltro largamente condivisa dalla dottrina notarile, si può dire che l’elemento essenziale che caratterizza l’assegnazione è una attribuzione ai soci che necessariamente comporta una riduzione del patrimonio netto.
In tal senso potremo dire che se una società “assegna” un bene ai soci in contropartita dell’attribuzione ai medesimi di un passività di uguale importo, ciò che viene realizzato, in realtà, non è una assegnazione bensì una cessione nella quale il socio, invece che corrispondere denaro per acquisire il bene, si accolla un debito.
L’assenza di una riduzione del patrimonio netto impedisce che si possa parlare, in senso tecnico, di assegnazione. Partendo da tale presupposto si pongono alcuni problemi diversi di ordine civilistico a seconda che la riduzione del patrimonio netto includa o meno il capitale sociale.
Senza riduzione capitale
Questa operazione si sostanzia in una distribuzione di riserve di utili o di capitale tramite beni in natura al posto del denaro. In primo luogo va sottolineato che la scelta della riserva da attribuire non sembra del tutto libera (come, invece, lascia intendere, dal punto di vista fiscale, l’articolo 1, comma 118 della Legge 208/2015), posto che è principio assodato dalla Cassazione (sentenza n. 12347/1999) e dai Principi contabili (Oic 28) che in primo luogo debbano essere distribuite ai soci le riserve meno vincolate (utili) rispetto a quelle più vincolate (capitale). In secondo luogo, va chiarito quale sia l’organo deputato ad assumere la decisione civilistica di assegnare ai soci parti del patrimonio netto.
Al riguardo si ritiene che organo altro non possa essere che quello assembleare cui è riservata tale competenza dall’articolo 2479 Codice civile, comma 1, punto 1. Vero è che nella norma citata si parla di distribuzione di utili e non di riserve di capitale, ma si ritiene, per ragioni di ordine sistematico, che a maggior ragione la decisione di restituire riserve vincolate, quali quelle di capitale, non possa che essere assunta dai soci.
In entrambi i casi la delibera sarà assunta a maggioranza, non essendovi indicazioni che indicano a ritenere necessario il consenso unanime dei soci.
L’assegnazione ai soci di beni in contropartita di riduzione delle riserve non necessità il consenso dei creditori e quindi può essere attuata senza attendere i tempi tecnici della opposizione degli stessi creditori.
Con riduzione capitale
Questa operazione si traduce con una riduzione volontaria del capitale sociale, deliberata dai soci, ed attuabile solo dopo che siano trascorsi 90 giorni dal deposito delle delibera (articolo 2482, comma 2 Codice civile).
Si discute,in dottrina, se la riduzione del capitale sociale mediante attribuzione di beni in natura e non di denaro possa essere operazione deliberata in forza del principio maggioritario ovvero se necessiti una adesione unanime da parte dei soci.
In assenza di esplicita previsione nello statuto che autorizzi a ridurre il capitale tramite assegnazione di beni in natura (in presenza della quale la delibera viene assunta con voto maggioritario dei soci), si sostiene che la delibera di riduzione debba essere assunta con decisione che registri l’unanimità dei consensi (Massima 9/2009 Consiglio Notarile Firenze).
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