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Asse russi-sauditi sul petrolio “Stabilizzeremo il mercato ”

L’appuntamento è ad Algeri, a margine di una conferenza internazionale sull’energia, in programma fra il 26 e il 28 settembre. Tutti hanno promesso di esserci: sauditi, russi, iraniani, iracheni. Sauditi e russi hanno fatto anche di più: insieme in Cina per il G20, i ministri del petrolio dei due paesi si sono presentati ad una conferenza stampa congiunta per annunciare che collaboreranno a stabilizzare il prezzo del petrolio. E come? Questo il russo Novak e il saudita Al Falih non l’hanno voluto dire, raffreddando non poco gli entusiasmi subito creati sui mercati. Ma tutti fanno capire che, lì, ad Algeri, ci potrebbe essere la decisione di congelare la produzione di petrolio: un freno da parte di tutti i grandi esportatori da cui, con qualche slancio di immaginazione, molti operatori giurano che deriverebbe un consolidamento e poi un rialzo dei prezzi del greggio. In realtà, un tetto della produzione, se mai ci si arrivasse, non avrebbe automaticamente un effetto significativo sulle quotazioni. Ma, intanto, parlarne aiuta. A inizio agosto il prezzo del greggio trattato in Europa era precipitato a ridosso a 40 dollari a barile. Da quando si parla dell’incontro di Algeri, però, è di nuovo schizzato verso l’alto: ieri era appena sotto i 48 dollari. Per paesi che devono al petrolio il 70-80 per cento delle loro entrate, un 20 per cento di incassi in più è una profonda boccata di ossigeno.
C’è, però, un’aria di dejà vu: la scorsa primavera un’identica ipotesi di tetto saltò, perché l’Iran non aveva alcuna intenzione di rinunciare a spingere finalmente sulla produzione, ora che le sanzioni erano state eliminate. E, infatti, anche ieri i mercati hanno festeggiato con prudenza. Ma il rimbalzare di dichiarazioni concilianti fra Mosca e Riad, Bagdad e Teheran, l’idea lanciata alla conferenza stampa di ieri di un monitoraggio comune dei mercati indicano una volontà politica assai più esplicita di quanto si potesse intuire la scorsa primavera. E’ allora possibile, questa volta, un accordo sul congelamento della produzione?
Quello che si può dire è che i dati lo rendono praticabile. L’Iran che, sei mesi fa, dichiarava che non avrebbe fermato i pozzi fino a che non avesse raggiunto il livello di produzione pre-sanzioni, ha aumentato in questi mesi di 700 mila barili al giorno l’estrazione ed è di soli 80 mila barili sotto alla media del 2011. Soprattutto, senza nuovi investimenti, gli impianti non possono dare molto di più. Un congelamento sarebbe solo, dicono gli osservatori, un riconoscimento delle potenzialità attuali. Un discorso analogo vale per l’Iraq, dove la produzione è schizzata di un milione di barili sopra il livello di un anno fa e, a 4,6-4,7 milioni al giorno, è, probabilmente, al massimo possibile oggi. La Russia produce attualmente 10,5-11 milioni di barili al giorno, vicino al suo record storico. E l’Arabia saudita? Anche qui siano a livelli record, 10,67 milioni di barili al giorno a luglio. Considerato che la stagione dei condizionatori sta per finire e il consumo domestico inevitabilmente scenderà, i sauditi si possono permettere maggiori esportazioni, anche senza toccare il livello di produzione.
Insomma, congelare la produzione è una ipotesi che oggi, nei fatti, non spaventa nessuno. Ma a patto di sapere che gli effetti sui fondamentali del mercato sono nulli. In fondo, Iran, Iraq, Russia estraggono oggi più greggio di quanto facessero a primavera, quando già si parlava di un tetto. L’Arabia saudita, ad esempio, estrae quasi mezzo milione di barili in più di marzo. In altre parole, fermare la produzione ai livelli attuali non serve affatto a smaltire l’eccesso di petrolio che intasa i depositi e le cisterne di tutto il mondo. Per avere questo effetto, la produzione andrebbe tagliata, una ipotesi che nessuno sta prendendo in considerazione. Ecco perchè pubblicazioni specializzate come Oilprice si aspettano, da un eventuale accordo ad Algeri, un impatto non sui fonamentali dell’offerta, ma solo sulla psicologia dei mercati. Quanto basta per determinare un rialzo solo temporaneo del barile. Fra un anno, le cose potrebbero essere diverse, perché, alla lunga, dicono gli operatori che guardano più lontano, la stasi degli investimenti imposta dal crollo dei prezzi finirà per svuotare i depositi e riequilibrare il mercato. Come avverrebbe, però, se il mondo del petrolio fosse ancora quello di dieci anni fa. Invece, con l’entrata in scena degli americani dello shale, tutto è cambiato. Già oggi, nelle ultime settimane di rianimazione dei prezzi e di speranze per Algeri, il numero dei pozzi attivi, negli Stati Uniti ha ripreso ad aumentare. Se il prezzo risale stabilmente a 50-60 dollari al barile gli operatori del Texas e del North Dakota sono pronti a inondare nuovamente il mercato e a far crollare i prezzi. Non è l’unico incubo che gira: negli uffici studi della Shell, della Total, della Conoco-Phillips si elaborano scenari di un rallentamento permanente della domanda di greggio: in Occidente è già in calo, nei paesi emergenti potrebbe avvenire prima del previsto. Nel mondo del petrolio, i tempi facili sono finiti.

Maurizio Ricci

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