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Asse Obama-Monti sulle partite Ue

Sono i numeri del rapporto di previsione della Commissione europea – che parla di «acque agitate» per la crescita europea, di elementi di «fragilità» ancora forti e di un rallentamento della locomotiva tedesca – a caricare di significato anche la rielezione di Barack Obama. «Il presidente Usa capisce l’Europa, è bello lavorare con lui», ha detto ieri Mario Monti dai microfoni del Tg1, confortato – di certo – dal bis di Obama che conferma una linea di continuità nella collaborazione tra i Paesi. Un effetto che non sarebbe stato immediato con Mitt Romney. Ma le prove – appunto – sono quelle scritte nel rapporto della Commissione Ue e la triangolazione tra Monti, Merkel e Obama continuerà ad essere decisiva nei prossimi mesi, forse più di quanto non lo sia stata finora. Del resto è lo stesso premier a raccontare – nel messaggio di congratulazioni inviato a Obama – di una particolare affinità tra i due. «Guardo con piacere alla continuazione della cooperazione tra noi, fondata sulla particolare sintonia che si è venuta creando, a livello personale così come tra i nostri due Governi».
Una sintonia che dovrà spingere a «superare la difficile congiuntura globale» dirà sempre Monti che non condivide il giudizio di un presidente statalista – «sa usare gli strumenti del mercato e dello Stato» – e da “professore” assegna subito i compiti a Bruxelles e pure a Washington: «L’Europa deve accelerare sulla crescita e sulla creazione di una politica più unitaria ma sul fronte della disciplina finanziaria sono gli Usa che hanno ancora qualcosina da fare». Qualcosina che è tanto, soprattutto in vista di gennaio quando sarà il momento dello spettro del fiscal cliff che vale circa 4-5 punti di Pil.
Ma invece per quanto riguarda l’Europa – e quindi l’Italia – sono già piuttosto vicine le scadenze cruciali sulle quali testare l’asse Monti-Obama. In primis, in questi mesi si gioca la partita della stabilizzazione dei mercati che consta di varie tappe e deve portare a un approdo per noi fondamentale. Un approdo che è la permessa di una ripresa: allontanare i dubbi di break up per cominciare ad avere costi di finanziamento per imprese, banche e governo al di sotto di quelli attuali. Dunque, tutti gli strumenti messi in campo a difesa dell’euro – a partire dal Consiglio Ue di giugno passando per il “bazooka” di Mario Draghi – devono trovare una loro coerenza e non punti di rottura per riuscire ad allentare la morsa sui nostri spread. E su questo la sintonia tra Monti e Obama non è un dettaglio.
Il primo test – per l’euro – ci sarà già con l’eurogruppo di lunedì prossimo che avrà sul tavolo il nodo della Grecia: naturalmente la rielezione del presidente è una buona notizia per Atene che sa di poter contare su un Obama più vicino alle posizioni italo-francesi che non a quelle tedesche e che «può ben incidere sul Fmi a differenza di quanto sarebbe accaduto con la vittoria di Romney», spiega Enrico Morando, senatore del Pd.
L’altro test ravvicinato è quello del Consiglio Ue del 22-23 che invece dovrà approvare il budget dell’Unione ma che vede la Gran Bretagna spaccata e una strada in salita verso il compromesso. Ecco, anche su quell’intesa – che avrà un senso anche per le prossime tappe – il fatto che alla Casa Bianca ci sia Obama spinge verso una mediazione che confermi un percorso di maggiore integrazione. Naturalmente, più decisiva è la questione dell’unione bancaria e monetaria che sarà portata a un Consiglio di dicembre: lì peserà la riconferma di Obama anche perché dà continuità alle politiche della Fed e dei suoi rapporti con la Bce di Mario Draghi. Con la vittoria di Romney e il possibile avvicendamento Bernanke-Hubbard, si potevano creare spazi per nuove sponde con i falchi della Buba.
Ma il dossier-crescita si declina non solo con politiche monetarie espansive ma anche di bilancio e il nodo dei nodi è sempre con la Germania, a maggior ragione perché il prossimo anno entrerà nel vivo la campagna elettorale. Di nuovo, saranno le pressioni a tenaglia che Monti e Obama sapranno esercitare su Berlino ad avere un ruolo centrale. Ne è convinto Franco Frattini, ex ministro degli Esteri del Pdl: «Per questa ragione – e non solo – credo che la rielezione di Obama abbia un peso decisivo: già la Merkel ha assunto posizioni più europeiste rispetto a mesi fa e la riconferma alla Casa Bianca dà continuità a questa linea. Obama tifa per una maggiore integrazione europea, non credo gli dispiaccia sentir parlare di Stati Uniti d’Europa perché ha interesse ad avere un alleato forte. Non credo sarebbe accaduto con Romney». Frattini mette anche nuovi negoziati su un Doha round come decisivi per liberare i mercati e dare impulso alla crescita. Così come Morando, ricordando anche il recente discorso di Monti nel Laos, mette l’attenzione sulla Cina: «Se Pechino non dà una mano e rilancia i suoi consumi interni – che sono da economia di guerra – è difficile superare l’attuale congiuntura».

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