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Asse anti austerity con Rajoy. Letta: ora serve una svolta

MADRID — Il tono di voce è quello pacato che gli italiani cominciano a conoscere, ma questa volta Enrico Letta vuole che l’Europa intera, soprattutto l’Europa «matrigna», comprenda quello che sta rischiando. Basta prendere tempo sul fronte della crescita, avverte il premier parlando al fianco di Mariano Rajoy, al termine del bilaterale Italia-Spagna. Se l’Unione non comincia a mostrare, oltre al suo aspetto arcigno, anche il volto materno, la rabbia dei cittadini esploderà e le elezioni del 2014 saranno una catastrofe. «La crescita dei movimenti politici antieuropei riguarda tutti, Germania compresa — è il monito di Letta —. I cittadini non vedono un’Europa utile per la vita quotidiana e se dal Consiglio europeo di giugno uscisse una conclusione burocratica, routinaria e formale, si creerebbero le condizioni perché alle elezioni del 2014 vincano i partiti antieuropei. Rischiamo di avere il Parlamento europeo più antieuropeo che ci sia mai stato…».
Letta rilancia l’allarme di Mario Draghi. La disoccupazione è la sua ossessione e non passerà giorno, promette, senza che il governo si spenda per il lavoro dei giovani. «Spero che non si aprano fronti di ordine pubblico, ma le risposte devono arrivare» incalza il capo del governo, determinato a smentire quel titolo del País che lo accoglie come un «leader serio con i piedi di argilla». Se il Consiglio europeo decidesse di «scavallare» l’estate, rimandando a dicembre soluzioni che possono essere «immediatamente cantierabili», per Letta sarebbe «imperdonabile».
Parla in spagnolo e poi, a braccio, in italiano. Chiede che la due-giorni del 27 e 28 giugno produca «una svolta fondamentale» e non l’ennesimo grande piano astratto: «Siamo due Paesi che vogliono onorare i loro impegni, evitare i debiti e uscire dalla procedura di deficit eccessivo, così che nessuno possa dirci che siamo scolari discoli». Ma l’Europa batta un colpo, conceda quella «flessibilità che permetta di evitare la crisi sociale»… Letta parla di «condivisione molto profonda» e Rajoy lo accoglie alla Moncloa come un alleato e un «amico della Spagna», espressione che ripete due volte per spazzar via ogni dubbio sulla solidità dei rapporti.
Dietro i toni formali e le scarse concessioni reciproche al cameratismo la sostanza c’è, l’accordo è solido su due fronti strategici. Il primo è la realizzazione dell’Unione bancaria, mal digerita dai tedeschi: «Non è possibile che l’Unione bancaria, già decisa, non venga applicata. Così l’Europa non è più credibile». Il secondo è la disoccupazione giovanile, un problema «insostenibile» che sarà affrontato con una task force congiunta, formata dai ministri del Lavoro e dello Sviluppo dei due governi. Roma conta su Madrid per rinsaldare e rendere visibile l’asse mediterraneo, così da poter contrastare più energicamente le pretese rigoriste del fronte germanico-carolingio.
Già a Berlino, Letta ha mostrato di non nutrire complessi di inferiorità nei confronti della cancelliera e a Madrid ribadisce il concetto. Contrastare lo strapotere della Germania? «Non si tratta di contrastare, sarebbe un errore — risponde il premier, senza inchini a distanza —. Se il Consiglio europeo fosse un match di football o una rivincita della semifinale di Champions League sarebbe un errore gravissimo». Un modo per ricordare anche alla Merkel come lo sforzo dell’Italia (e della Spagna) sia a favore dell’Europa e quindi della stessa Germania: «Se la domanda interna viene meno nessuno si salva», conquistare più crescita e far scendere la disoccupazione è interesse di tutti. «Troveremo soluzioni comuni. Ho trovato la signora Merkel molto attenta a questi discorsi».
Tra Letta e Rajoy c’è una consuetudine dovuta ad amicizie comuni e alla paziente tessitura dei rispettivi think tank Arel e Cidob. Rajoy è stato il primo a chiamarlo per congratularsi quando ha formato il governo e nel faccia a faccia, oltre quaranta minuti, di nuovo lo ha lodato per «l’abilità e lo spirito di compromesso» con cui ha dato vita alle larghe intese.

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