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Assalto alla preda Iniziata la caccia alla telefonia mobile

Tanto rumore per nulla». Così uno dei protagonisti commenta dal fronte Telecom i risultati deludenti che per il momento ha ottenuto Marco Fossati, a cui fa capo il 5 per cento della società, e che in vista dell’assemblea convocata pochi giorni prima di Natale sta cercando di aggregare alleati con l’obiettivo di mettere spalle al muro i soci di Telco, cassaforte della quota di maggioranza relativa.

Ma il tentativo di Fossati è tutt’altro che velleitario e ha creato qualche preoccupazione a Telefonica, Mediobanca, Intesa Sanpaolo, Generali. Sulla carta c’era la possibilità dell’intesa con il fondo americano BlackRock, che controlla un altro 5 per cento, e con i fondi azionisti. E Telco ha in portafoglio poco più del 22 per cento, che non è certo una posizione inattaccabile. Nonostante ciò, almeno finora, le mosse di Fossati non hanno avuto esito, compreso il road show sulle principali piazze finanziarie, e i fondi sono orientati ad appoggiare la gestione attuale del gruppo. Né ha fatto passi avanti l’ipotesi di accordo con BlackRock che, anzi, si è portato a casa la possibilità di sottoscrivere il prestito obbligazionario convertendo, favorevole a chi ha avuto la possibilità di sottoscriverlo e collocato in tempi rapidi, senza che, per esempio, riuscisse a farlo Fossati. Per questo Telefonica appare tranquilla anche se, come ha confermato nei mesi scorsi la scalata della Salini a Impregilo, colpi di scena sono sempre possibili. Soprattutto considerando che all’assemblea mancano ancora una ventina di giorni.
Tagliato fuori
Fossati resta tagliato fuori dagli accordi in Telco e sta cercando il modo di recuperare, pronto a cogliere l’attimo per uscire di scena cercando di ridurre i danni. L’investimento in Telecom è in forte perdita ma la società, malgrado i disastri seguiti alla privatizzazione, è ancora una delle principali imprese italiane, con quasi 24 miliardi di ricavi e utili per 5,3 miliardi (pari al 23 per cento del fatturato), di cui 4,9 miliardi in Italia. E ci sono almeno due protagonisti delle telecomunicazioni che la tengono d’occhio da tempo: il magnate messicano Carlos Slim, interessato alle attività della telefonia mobile in Brasile, e il colosso americano At&T, tornato protagonista e con grande volontà di crescita sui mercati europei.
Interessi americani
At&t è lo tsunami che, all’improvviso, può gettare lo scompiglio in Europa. Negli Stati Uniti, contrariamente a quanto è accaduto nei Paesi europei, la scelta è stata di puntare sull’oligopolio di grandi compagnie piuttosto che sulla concorrenza. Di conseguenza, At&t si è straordinariamente rafforzata: ha soldi, facile accesso al credito e, soprattutto, sente ormai decisamente stretto il mercato americano. L’Europa rappresenta la priorità ma in Paesi come Germania, Francia, Scandinavia, Spagna non si entra. Per questo, alla fine, l’alternativa è tra l’operazione Vodafone o l’Italia.
In assenza di sorprese l’accordo tra gli spagnoli di Telefonica e i soci italiani di Telco sembra avere un sostanziale via libera da parte del governo Letta. Emblematica, in proposito, è la vicenda della riforma sull’Offerta pubblica di acquisto, proposta da Massimo Mucchetti, presidente della commissione Bilancio del Senato. Prima il governo si è impegnato a farla propria. Poi si è defilato e successivamente non ha cambiato idea, nonostante che la riforma abbia ottenuto l’appoggio unanime e bipartisan al Senato.
Restano però almeno due nodi da sciogliere: gli investimenti nella rete fissa, in fortissimo ritardo, e le scelte in Brasile, dove Telecom è leader nella telefonia cellulare. Per quanto riguarda gli investimenti il governo Letta chiede lo sviluppo della banda larga in fibra ottica, decisiva per la crescita del Paese, e ha affidato ad una commissione presieduta da Francesco Caio il compito di metterli a fuoco. La sensazione è che abbia peso l’orientamento di chi ritiene strategico per l’Italia che anche la rete delle tlc venga scorporata, come è avvenuto per l’energia e il gas. Sul fronte opposto il presidente di Telefonica, Cesar Alierta, ha assicurato che gli impegni verranno mantenuti ma, come ha avuto modo di chiarire l’amministratore delegato di Telecom, Marco Patuano, un conto sono le esigenze del Paese e un altro quelle dell’azienda.
Prospettive
Il timore, piuttosto diffuso, è che alla fine il rubinetto degli investimenti non venga aperto da Telecom come sarebbe necessario perché il gruppo spagnolo è indebitato ancora più della società italiana. E anzi la tentazione potrebbe essere di sfilarle almeno parte di quella che rimane una dote interessante, fatta da 13 miliardi tra liquidità e linee di credito, più altri 4 miliardi in arrivo grazie a operazioni di carattere straordinario.
Quindi il destino della rete fissa è tutto da chiarire. Uno scenario ne prevede la vendita, con la possibilità che finisca alla Cassa depositi e prestiti. Ma qual è il suo valore? E, soprattutto, come convincere Telefonica che non ha nessuna intenzione di rinunciarvi? Domande che restano senza risposta e che potrebbero risultare ancora più complesse se la commissione Caio dovesse alzare l’asticella degli investimenti necessari per lo sviluppo della rete in fibra ottica.
L’altro capitolo chiave è il Brasile, l’ultima partecipazione internazionale. Nei giorni scorsi Capuano ha precisato che Tim Brasil non è in vendita. L’impressione, tuttavia, è che una offerta importante non verrà respinta. Anzi, c’è chi sospetta che la cessione di Tim Brasil sia l’obiettivo vero di Telefonica, concorrente di Telecom in terrà brasiliana.
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